Decathlon annuncia che aprirà le assunzioni a persone con sindrome di Down. L’azienda leader nel settore degli articoli sportivi ha firmato un protocollo di intesa con l’Associazione Italiana Persone Down Onlus (AIPD) e l’Associazione Genitori e Persone con Sindrome di Down Onlus Milano (AGPD Milano) per permettere l’inserimento nel mondo del lavoro a persone con questa sindrome.

La decisione è stata presa sulla base delle esperienze positive di Roma, Bologna e Milano, dove la socializzazione nell’azienda di queste persone ha avuto grande successo.

Adesso Decathlon si impegna a replicare questa esperienza in tutti i negozi di Italia. Per almeno sei mesi i neoassunti svolgeranno un tirocinio, durante il quale saranno affiancati ad un venditore esperto. Al termine del tirocinio, si potrà arrivare ad assunzioni a tempo indeterminato.

Le persone con sindrome di Down e il lavoro

Seconda Monica Berarducci, responsabile della collaborazione per AIPD, "le persone con sindrome di Down possono essere lavoratori produttivi se l’inserimento viene seguito adeguatamente e l’esperienza di Decathlon lo dimostra". L’esempio di un’azienda così famosa e diffusa nella nostra nazione potrebbe portare ad una maggiore attenzione verso un problema che affligge molte persone afflitte da questa sindrome: la frequente impossibilità di trovare un impiego.

Eppure, un recente sondaggio della multinazionale McKinsey ha rivelato che la presenza in azienda di queste persone porterebbe benefici in diversi ambiti, come la soddisfazione dei clienti, il clima interno e la risoluzione dei conflitti.

Nonostante questo, secondo un’indagine del Censis, in Italia e persone con sD, che sono circa 48 mila, hanno un lavoro solo nel 31,4% dei casi (da riferirsi a chi ha più di ventiquattro anni).“L’insufficiente inserimento lavorativo dipende da vari fattori. – commenta Monica Berarducci – La scarsa informazione aziendale ma anche il malfunzionamento dei servizi. I Centri per l’impiego in certe zone, soprattutto al Sud, hanno personale poco formato. E poi ci sono le famiglie, anch’esse non informate e a volte con poca fiducia nelle capacità dei figli”.Alla base dell’esclusione dal mondo del lavoro di persone con sD, ci sarebbe quindi una cattiva – o assente - informazione.

La speranza è che grazie alle campagne di Decathlon, questa situazione possa presto migliorare. Ma l’esempio della multinazionale rappresenta anche uno spiraglio di luce nell’integrazione di persone che molto spesso vengono “cancellate” dalla società. Non solo Italia, dove la discriminazione è comunque presente, ma anche in molti altri paesi europei.

L'Islanda e l'eliminazione di questa sindrome

E’ il caso dell’Islanda, dove un servizio delle Iene ha recentemente portato alla luce il triste e diffusissimo fenomeno degli aborti di feti con sindrome di Down. In questo paese la percentuale degli aborti di feti con sD raggiunge il 100%, vale a dire che, attualmente, non nascono bambini con questa sindrome.

Il genetista Kári Stefansson afferma infatti di aver “sradicato la sindrome di Down dal paese”, con un metodo che ricorda a tutti gli effetti le pratiche eugenetiche praticate dalla Germania nazista. Sarah Palin, politica statunitense e madre di una bambina affetta da questa sindrome, ha affermato infatti che “eliminare vite in nome della costruzione della razza perfetta è come ritornare alla Germania Neonazista”.

Ma l’Islanda non è l’unico paese a mettere in atto questa pratica. La Danimarca, ad esempio, offre alle donne incinte la possibilità di fare gratuitamente il test per scoprire se il bambino sarà affetto da questa sindrome, con l’obiettivo di non permettere la nascita di bambini “non sani”.

Lo scopo finale sembra essere quello di raggiungere il primato di unico Paese al mondo 'Down Syndrome Free'.

Al di là della vasta tematica dell’aborto, che non è nostro obiettivo affrontare in questa sede, viene spontaneo riflettere sul trattamento che la società italiana, e le società più “avanzate” della nostra, riservano ai “diversi”, ad iniziare dalle persone con sD. Il rischio è infatti quello di sottovalutare l’importanza dell’arricchimento che può offrire una società di persone “diverse”, anziché tutte uguali e “perfette”, come invece auspicavano certe inquietanti teorie del secolo scorso.