Un post su Twitter, una foto dei piedi appoggiati sul cornicione e un "I'm sorry". Così Chelsea Manning, attivista americana, ha fatto preoccupare tutti la notte di domenica.

Il post, poi rimosso, è stato seguito da un altro in cui annunciano che Chelsea sta bene. Le rassicurazioni arrivano anche dall'organizzazione del Wired Next Fest, di cui era ospite a Milano: la ragazza è già in viaggio per l'America.

Ma il significato del gesto non è ancora stato spiegato, è stato davvero un tentativo di suicidio? E cosa l'ha spinta a un tale gesto?

Un possibile comportamento deviante

Volendo generalizzare possiamo riformulare la domanda: cosa spinge una persona ad un suicidio? L'Organizzazione mondiale della sanità definisce il suicidio come un atto con un esito fatale prestabilito e realizzato dalla vittima stessa con l'obiettivo di produrre dei cambiamenti desiderati.

Ad elaborare una teoria dettagliata sul suicidio fu Durkheim nel diciannovesimo secolo, il quale non solo ne evidenzia le cause ma lo analizza come un comportamento deviante, ovvero un atto che viola le norme o le tradizioni stabilite dalla società.

Durkheim sosteneva,però, che la devianza non fosse una caratteristica comportamento di per sè, ma che dipendesse dal significato che la comunità dava al determinato atto.

Quindi il suicidio, o il tentato suicidio nel caso di Chelsea, si definisce deviante in base al contesto socioculturale in cui si manifesta.

I sociologi si sono a lungo interrogati per comprendere quale fosse la causa di un comportamento deviante, arrivando a elaborare varie teorie. Una di questa, con una visione un po' limitata, ma molto condivisa, è la teoria biologica di Cesare Lombroso.

Egli sosteneva che la morfologia del viso fosse la causa principale della criminalità, descrivendo anche stereotipi di criminali in base alla loro forma fisica.

A questa seguono altre teorie come quella della tensione di Merton o quella del controllo sociale. Quest'ultima parte dal presupposto che l'uomo è incline a compiere atti devianti e gli studiosi di questo filone si domandavano come mai la maggior parte delle persone non adottasse questi comportamenti.

La risposta è data dai controlli sociali, poichè bloccano l'istinto naturale dell'uomo di commettere reati. Possono essere esterni, cioè le varie forme di sorveglianza esercitate dagli altri per scoraggiare atti di devianza; oppure interni, che si manifestano nel senso di vergogna o nell'imbarazzo di una persona a commettere un comportamento deviante; infine interni indiretti che si esprimono con il bisogno psicologico ed emotivo degli altri e il desiderio di non perdere la loro fiducia o il loro rispetto.

Continuando possiamo nominare la teoria della scelta razionale, secondo la quale l'atto deviante non è il risultato di un'influenza esterna, ma un'azione razionale, scelta spontaneamente e attivamente dall'individuo (è un esempio il possibile tentato omicidio già citato).

Una persona, perciò, commette un reato perché pensa di ottenere maggior benefici assumendo comportamenti devianti, piuttosto che usando vie legali o tradizionali.

In conclusione, ancora oggi la sociologia si interroga sulle cause dei comportamenti devianti, principalmente sul comportamento dei giovani, poiché inoltre un cambiamento di società,influenza anche sul cambiamento del concetto di devianza.