Rapita, sequestrata, portata in un garage, messa a testa giù e picchiata per 17 ore: vittima di una violenza cieca e criminale una donna di 40 anni di Vibo Valentia, Vanessa Currà. La sua unica 'colpa' è stata di avere due figli nati da una precedente relazione che il compagno aguzzino, padre di altri tre figli avuti con lei, non aveva mai accettato.

Ora Leoluca Lo Bianco, 47 anni, e i suoi complici, Salvatore, 36 anni, e Antonio Lo Bianco, 41 anni, rispettivamente il convivente e i due cognati della donna, sono stati arrestati con l'accusa di maltrattamenti in famiglia, sequestro di persona e lesioni.

Il racconto della sopravvissuta a 'Pomeriggio Cinque'.

Vibo Valentia, appesa e picchiata: 'Credevo di non farcela'

Ha difeso i suoi figli che il compagno non accettava, non li voleva più in casa perché erano nati da una precedente relazione, ed è stata 'punita' con una tortura che l'uomo che diceva di amarla le ha inflitto con la complicità dei suoi due fratelli. I tre hanno organizzato una vera e propria spedizione punitiva e forse omicida. La donna è stata rapita, portata in un magazzino a Jonadi, in provincia di Vibo Valentia, e lì legata a testa in giù, presa a calci e bastonate per ore. Tutto è cominciato, come raccontato da Vanessa a 'Pomeriggio Cinque', con un tranello che le ha teso il compagno.

Lo scorso 22 settembre l'uomo le ha chiesto di uscire per andare a fare la spesa e, mentre erano in auto, un furgone si è avvicinato, sono scesi i due fratelli dell'uomo, l'hanno prelevata, legata, condotta in un deposito di proprietà familiare, appesa a testa in giù a una canna fumaria per la tostatura delle nocciole, lì massacrata di botte anche con assi di legno. Dopo 17 ore di sevizie, la donna è stata trasferita in un garage dove è rimasta tutta la notte legata, lasciata senza cibo né acqua. "Pensavo che sarei morta", ha raccontato. Non riusciva neanche a piangere né ad urlare, per quello che sarebbe potuto servire: aveva un foulard in bocca. Le dicevano che doveva morire.

A dare l'allarme e salvarla è stato proprio il figlio più grande di 20 anni che, non vedendola rientrare dopo tante ore, ha intuito che sua madre potesse essere in pericolo e si è rivolto ai carabinieri sporgendo denuncia di scomparsa.

I militari hanno subito chiamato Leoluca Lo Bianco che, impassibile, sosteneva di non vederla da giorni.

Sequestrata e picchiata, le indagini continuano

Insospettiti, gli inquirenti sono andati sotto casa e hanno trovato la donna nel furgone in stato di shock con profondi solchi ai polsi e alle caviglie, il volto tumefatto, bruciature provocate dalle corde a cui era rimasta appesa per oltre 17 ore. Il compagno, spiazzato e fermato in flagranza di reato, ha cercato di sostenere che l'avrebbe ritrovata riversa per strada in stato di semi incoscienza e che si accingeva ad accompagnarla all'ospedale. L'ipotesi è che, invece, la stesse portando nell'abitazione per inscenare una rapina e ucciderla.

Sottocultura, violenza e mentalità criminale: il compagno considerava un'onta dover mantenere dei figli che non erano i suoi. E, con la complicità dei fratelli, ha organizzato l'inimmaginabile spedizione, forse non solo per punirla ma proprio per ucciderla.

I tre aguzzini sono stati arrestati. Ma le indagini sono tutt'altro che concluse: continuano per cercare di capire se in questa terribile storia siano implicati anche altri familiari. Nel corso dell'interrogatorio di garanzia in carcere, i tre si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Per loro potrebbe scattare anche l'accusa di tentato omicidio. La donna, confortata dall'affetto dei suoi cinque figli, specie del maggiore che le ha salvato la vita, sta cercando di riprendersi dalle sevizie fisiche e mentali subite. E con loro si sente già rinata malgrado le piaghe fisiche.