La cronaca delle ultime ore dalla Libia riporta che le forze fedeli al governo di Tripoli hanno ripreso il controllo dell'aeroporto Mitiga, mettendo in ritirata le milizie del generale Khalifa Haftar. Anche se tali vicende sono favorevoli al Presidente Al Sarraj, riconosciuto ufficialmente dall’ONU, ciò non toglie che, in soli quattro giorni di offensiva, Haftar sia giunto con il suo esercito alle porte di Tripoli.

Oltre ai dintorni di Tripoli, infatti, Sarraj controlla ancora un’area isolata al confine con Algeria e Tunisia e quella attorno a Misurata.

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Qui sono di stanza le truppe che il generale cirenaico teme di più. Haftar, invece, controlla tutta la Cirenaica e il Fezzan e un corridoio che spezza in due la Tripolitania di Al Sarraj. Che l’offensiva di Haftar non sia terminata, lo dimostra il messaggio da lui stesso diffuso alle sue truppe: dare inizio alla 'grande conquista di Tripoli' e 'far spalancare il terreno sotto ai piedi all’oppressore'.

Italia e Stati Uniti, in Libia, hanno sempre spalleggiato il governo di Al Sarraj

Da parte del vice di Al Sarraj, Ahmed Omar Maitig, è stato lanciato un velleitario avvertimento all’esercito oppositore, riportato dal quotidiano italiano “La Stampa”.

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L’esponente in questione, capo delle milizie di Misurata, ha definito quello di Haftar un vero “colpo di stato”. Inoltre ha solo ora affermato che Sarraj e il governo ufficiale sono per una soluzione Politica finalizzata alle elezioni che ponga fine alla crisi in Libia.

Maitig sembra aver dimenticato che sia Sarraj che Haftar si erano inizialmente accordati per far svolgere le elezioni politiche lo scorso dicembre. Poi, fu lo stesso Sarraj, con l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Italia, a richiedere e ottenere una risoluzione dall’ONU, per il loro rinvio sine die.

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Politica

Proprio gli Stati Uniti, per bocca del segretario di Stato Mike Pompeo, hanno chiesto al generale Haftar di "fermare immediatamente" l'offensiva contro Tripoli. Anche Pompeo, stavolta, ha aggiunto di non ritenere possibile altra soluzione alla crisi che non sia quella politica. Nei giorni scorsi, era stato il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, a volare in Libia per tentare di convincere Haftar a una soluzione pacifica. Invano.

Il fatto è che, bloccando le elezioni, Haftar è stato lasciato libero per mesi di rifornirsi di armi dal vicino Egitto e dall’Arabia Saudita.

Una monarchia dispotica – quest’ultima – a sua volta ampiamente rifornita di armi dagli Stati Uniti e dall’Europa, Italia compresa. Infine, dopo aver ricevuto finanziamenti anche dagli Emirati e di altre armi, istruttori militari ed intelligence dalla Francia, il generale cirenaico è passato all’offensiva. Ora, quanto meno, è in grado di dettare le sue condizioni, anche in caso di soluzione politica.

La Libia sotto il controllo di Haftar: un’eventualità che fa piacere a Macron, all’Egitto e all’Arabia

Oggi, il francese Macron tenta di rassicurare il governo di Tripoli condannando "totalmente l'attacco alla capitale e la minaccia alla vita dei civili”.

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In realtà, si ha la sensazione che i giochi siano ormai fatti. Da essi esce sicuramente sconfitta l’Italia. E’ stata l’Italia la prima nazione a riconoscere diplomaticamente Al Sarraj, inviando un ambasciatore nella “sicura” Tripoli. Di ciò, Haftar – che controllava i giacimenti di petrolio Eni della Cirenaica - non poteva essere particolarmente soddisfatto.

L’intento dell’Italia era quello di ottenere il blocco del flusso dei migranti già in territorio libico.

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Ha ottenuto soltanto una repressione dei diritti umani, indegna per qualsiasi paese civile e non. Roma, poi, si è battuta per il rinvio delle elezioni politiche, temendo la conquista del potere da parte di Haftar, grazie al voto popolare. Ora questi lo otterrà lo stesso ma con le armi.

Mentre Haftar si armava, il Presidente Conte organizzava quello che da molti è stato definito il suo capolavoro diplomatico: la conferenza di Palermo. Ci si illuse della partecipazione al convegno di entrambi i contendenti. Pochi, però, hanno sottolineato l’assenza di tutte le altre grandi potenze e che lo stesso Haftar aveva disertato la conferenza plenaria.

Tra Haftar e il successo finale, in realtà, si frappongono soltanto le milizie di Misurata. Queste, sinora, sono state armate dalla Turchia di Erdogan. La Turchia, tuttavia, sta attraversando una forte crisi economica ed Erdogan è ritenuto da troppi un personaggio poco affidabile. Nell’aeroporto di Misurata è anche in corso una missione umanitaria italiana, che vi ha allestito un ospedale da campo. L’unica carta giocabile che resta in mano a Roma, potrebbe essere quella di farsi mediatrice tra Haftar e Misurata. Ma, forse, è chiedere troppo.

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