Per quattro persone di Tuturano, in provincia di Brindisi, è arrivata la richiesta di condanna da parte del pm della Dda di Lecce, Alberto Santacatterina. Il sodalizio è accusato di aver rapinato un ufficio postale nel leccese a novembre del 2018. L'episodio fece scalpore in tutto il Salento, anche perché la banda entrò armata all'interno della Posta, di primo mattino. Uno di loro impugnava un Kalasnnikov Ak 47, che non esitò a puntare contro uno dei dipendenti, con la pretesa di farsi consegnare il denaro contenuto nelle casse.

Un altro soggetto invece aveva in mano un fucile a canne mozze. Per diverso tempo gli inquirenti cercarono invano gli autori del misfatto, ma dopo serrate indagini le autorità riconobbero i rapinatori nei quattro cittadini tuturanesi. Gli inquirenti, poco più di un anno fa, si recarono nella piccola frazione brindisina, traendo in arresto i quattro. Gli stessi rispondono ai nomi di Dario Fai, 51 anni, Pierpaolo Fai, un 45enne e Vincenzo e Vito Bleve, rispettivamente di 49 e 44 anni.

Per il primo è stata richiesta una reclusione pari a dieci anni e sei mesi, mentre altri dieci anni sono stati richiesti per il 45enne e il 49enne. Otto anni invece per Vito Bleve.

Contestata anche l'affiliazione alla Sacra Corona Unita

Secondo gli inquirenti, almeno tre di loro sarebbero stati affiliati alla Sacra Corona Unita, ovvero il nome con cui è conosciuta la criminalità organizzata locale, quest'ultima molto attiva tra i territori di Tuturano e del comune capoluogo.

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Cronaca Nera

Dobbiamo precisare, questo per dovere di cronaca, che i magistrati hanno annullato l'accusa di far parte della Scu solo nei confronti di Pierpaolo Fai. I soggetti vennero arrestati nell'ambito dell'operazione denominata "Rent a car". Le richieste di pena sono state presentate al netto della riduzione di un terzo della stessa nel corso dell'ultima udienza davanti al gup del Tribunale di Lecce, Simona Panzera.

La provincia di Brindisi parte civile nel processo

La sentenza di primo grado è prevista per la fine dell'anno. Nel frattempo la provincia di Brindisi ha voluto costituirsi parte civile nel processo che vede imputati i quattro. Questo si è reso necessario in quanto i rapinatori avrebbero anche tentato di estorcere denaro ad un piccolo imprenditore agricolo della provincia brindisina, in cambio di cinquemila euro a titolo di protezione.

Secondo quanto riferisce la testata giornalistica locale online, Brindisi Report, la somma di denaro fu estorta con modalità ritenute mafiose, e anche qualora la richiesta non fosse andata a buon fine, gli stessi indagati avrebbero voluto ottenere una somma destinata al mantenimento di persone già detenute in carcere. Nel corso della rapina di Merine il bottino fu ingente: i quattro fuggirono infatti con 1.231 euro.

Nei giorni precedenti l'irruzione all'interno della posta, uno di loro prese addirittura a noleggio un'auto in modo da effettuare un sopralluogo in zona. Da qui poi scaturì il nome dell'operazione che portò al loro arresto.

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