Si è risolta in un nulla di fatto l'udienza odierna tra i legali di Arcelor Mittal e quelli dell'amministrazione straordinaria dell'ex Ilva: le parti, riunite davanti al giudice del Tribunale di Milano, Claudio Marangoni, hanno chiesto ulteriore tempo per giungere ad un accordo sulle sorti dello stabilimento siderurgico. L'udienza è stata, pertanto, rinviata, per la terza volta, al 6 marzo prossimo.

I legali del colosso franco-indiano hanno dichiarato ai cronisti che "sono stati fatti dei passi in avanti" rispetto all'incontro dello scorso 20 dicembre: si sta, infatti, lavorando ad un "nuovo documento", che tratta del livello occupazionale, dell'impegno diretto dello Stato a sostegno dell'impresa e del pagamento da parte di Arcelor Mittal dei canoni restanti.

La trattativa tra Stato e multinazionale dell'acciaio proseguirà fino a fine febbraio, nel tentativo ormai estremo di trovare un accordo definitivo sulla questione dell'ex Ilva, in quanto il 6 marzo sarà l'ultima data disponibile per l'udienza: non ci saranno ulteriori rinvii.

Nei giorni scorsi, dopo la pubblicazione della memoria difensiva di Arcelor Mittal, in cui la multinazionale spiegava le ragioni per cui intendeva recedere dal contratto di affitto degli impianti industriali, il premier italiano Giuseppe Conte si era affrettato a "rassicurare" sindacati e lavoratori sulla situazione attuale; secondo Conte, infatti, l'incontro che si è tenuto a Londra lo scorso 4 febbraio "ha dato nuova linfa ai negoziati" e ha mostrato che "le parti hanno obiettivi condivisi", che riguardano la riconversione ecologica dello stabilimento tarantino, il mantenimento del livello occupazionale e l'eventuale ingresso di finanziamenti pubblici a sostegno.

L'amministratore delegato per l'Italia della multinazionale franco-indiana, Lucia Morselli, ha dichiarato ai sindacati che Arcelor Mittal "ha tutta l'intenzione di restare" e che "si sta lavorando per trovare un accordo tra le due parti". Questo porrebbe un freno alla voci dei giorni scorsi, in cui si parlava addirittura di un addio dell'azienda dell'acciaio previsto per l'1 novembre 2020, dietro pagamento di 500 milioni di euro.

La preoccupazione dei sindacati

Nonostante le rassicurazioni dei vertici di entrambe le parti in causa, il segretario generale della Uilm Rocco Palombella ha espresso tutta la preoccupazione dei sindacati riguardo questa situazione di incertezza sostanziale.

Pertanto, è ferma intenzione dei sindacati quella di chiedere un incontro urgente col governo italiano, al fine di capire quali siano le iniziative concrete che intende adottare per far rispettare gli accordi presi con l'azienda il 6 settembre 2018, sia sul piano ambientale che occupazionale.

Il dissenso degli ambientalisti e la richiesta di chiusura dello stabilimento

Intanto, le associazioni ambientaliste tarantine continuano a chiedere a gran voce la chiusura della fabbrica. Tra le motivazioni portate a sostegno, oltre all'evidente tasso di inquinamento ambientale e ai conseguenti danni causati ai cittadini, gli ambientalisti sostengono l'inutilità di costringere Arcelor Mittal a rimanere in una fabbrica che comporta un bilancio fallimentare; ricordiamo, infatti, che recenti analisi hanno dimostrato che l'ex Ilva porterebbe degli utili solo con una produzione di almeno 8 tonnellate annue, a fronte delle 5,1 prodotte durante lo scorso anno. Il bilancio negativo del 2019 ha causato ingenti perdite al colosso internazionale dell'acciaio, fornendo una nuova interpretazione su quello che potrebbe esserci dietro la volontà di Arcelor Mittal di fare marcia indietro rispetto all'acquisizione della fabbrica tarantina.

PeaceLink scrive a Conte, appellandosi al 'buon padre di famiglia'

Alessandro Marescotti, presidente dell'associazione ONLUS PeaceLink, ha scritto in queste ore una lettera al premier Conte, in cui chiede al governo italiano di non forzare Arcelor Mittal a rimanere a Taranto, poichè la produzione della fabbrica tarantina sta continuando a esporre i cittadini ad un rischio sanitario "inaccettabile", oltre a risultare fallimentare sul piano economico.

Marescotti porta a sostegno della sua tesi una serie di dati recenti, in cui dimostra che il picco di benzene cancerogeno è aumentato ulteriormente: la centralina di monitoraggio installata nel quartiere Tamburi, la zona abitativa più vicina agli impianti industriali, ha segnalato lo scorso 21 gennaio un picco di 10,8 microgrammi, oltre il doppio rispetto ai 5 microgrammi dei tempi della gestione dei Riva.

Si tratta del dato più in alto in assoluto registrato in questo quartiere, a cui Marescotti aggiunge un incremento delle polveri sottili, con un aumento del livello da 9 a 20 microgrammi per metro cubo (dati registrati rispettivamente a novembre 2019 e a gennaio 2020)

Il presidente di PeaceLink aggiunge che la VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario) recentemente pubblicata su Epidemiologia e Prevenzione (2019; 43 (5-6): 329-337) ritiene inaccettabile il rischio sanitario a cui si sta esponendo la popolazione dei quartieri vicini all'area industriale tarantina: pertanto, l'unica soluzione è la chiusura definitiva della fabbrica.

A ulteriore sostegno di queste richieste, le associazioni ambientaliste di Taranto hanno organizzato per il prossimo 26 febbraio una fiaccolata, a cui è invitata l'intera cittadinanza, con la quale si intende protestare contro la decisione dello Stato italiano di forzare Arcelor Mittal a proseguire nella gestione dell'ex Ilva.