In Cina è diventata un caso di Stato la morte a soli 34 anni di Li Wenliang, prima inascoltato, arrestato dalla polizia con altri sette colleghi, accusato di reati e screditato, poi elevato al rango di eroe nazionale. Il medico specialista in oftalmologia per primo aveva lanciato l'allarme sul nuovo misterioso virus, ed era stato contaminato.

A dare la notizia della sua fine, ieri, il Global Times di Pechino controllato dal Quotidiano del Popolo. Il giornale ha ritrattato parlando di condizioni gravi, mentre l'Oms ne annunciava la morte.

Infine oggi, la conferma ufficiale del decesso, data dal Wuhan Central Hospital dove lavorava. Il regime, tra emergenza epidemia e fake news da debellare, ha temuto l'esplosione della protesta sociale: alla notizia della scomparsa di Li, sui social si è scatenata la rabbia attraverso centinaia di migliaia di messaggi, in parte rimossi. Con hastag quali #vogliolalibertàdiparola, gli utenti protestavano per come il governo ha trattato il medico, e per aver cercato di nascondere la gravità dell'epidemia.

Il dottore, per tutti è simbolo della ricerca al servizio dell'umanità che sfida la censura. È tra le 636 vittime del coronavirus che ha contagiato circa 31mila persone.

Versioni contrastanti sulla morte del medico

In poche ore ci sono state due versioni sul decesso di Li Wenliang, diventato da morto un problema più che da vivo. Il Global Times di Pechino, infatti, ne aveva annunciato la morte. Poi, il tweet è stato cancellato, mentre altri media di regime, quali il South China Morning Post, ieri si erano affrettati a smentire la notizia, riferendo che il medico era ricoverato in condizioni critiche in terapia intensiva.

L'ospedale di Wuhan che pure aveva smentito il decesso, oggi lo ha ufficialmente confermato.

L'indignazione espressa sui social cinesi ha atterrito il regime: la notizia, inarrestabile, aveva già fatto il giro del mondo dopo che l'Organizzazione mondiale della sanità aveva espresso cordoglio per la morte di Li. Nei posti cancellati sui social si leggevano frasi come: "Il governo di Wuhan deve delle scuse a Li Wenliang", "Spero che un giorno potremo scendere in strada con la foto di Li Wenliang".

Per placare la protesta sociale, il governo ha assicurato che invierà a Wuhan una squadra investigativa "per indagare a fondo sulle questioni rilevanti sollevate dal pubblico".

Coronavirus, il primo allarme

A inizio dicembre, Li con altri giovani medici si era accorto che a Wuhan c'era una misteriosa malattia polmonare. L'aveva segnalata sulla popolare app di messaggistica cinese WeChat a colleghi e studenti, scambiandola per una nuova forma di Sars, sconfitta nel 2003. Quando aveva dato l'allarme, le persone contagiate erano 'appena' sette, tutte ricoverate nel suo reparto con sintomi polmonari gravi.

Il medico aveva notato che tutte erano state al mercato locale di pesce e carne selvatica. Il primo caso ufficiale è datato 8 dicembre. In seguito, sulla chat privata, ne aveva discusso con i colleghi che come lui si erano laureati nel 2004, e aveva lanciato appelli affinché proteggessero familiari e amici.

Le app di messaggistica possono aggirare la censura. Ma divenute pubbliche, non sono sfuggite agli apparati di controllo. È accaduto, infatti, che gli screenshot dei messaggi del dottor Li diffusi il 30 dicembre, sono diventati virali senza oscurare il suo nome. Li con gli altri colleghi è stato accusato di propagare notizia false e la polizia ha oscurato la chat.

È stato fermato, ha subito un interrogatorio, è stato 'redarguito' e diffidato dal diffondere “interpretazioni false” mettendo a repentaglio l'ordine sociale. Dopo aver ammesso di essersi comportato in modo 'illegale', è stato rilasciato. Il progressivo espandersi dell'epidemia ha però dimostrato la fondatezza dei sospetti del medico. E alla fine, la Commissione sanitaria municipale di Wuhan ha emesso un avviso di emergenza.

Costretto dal tragico incalzare degli eventi a riabilitarsi agli occhi del mondo, il governo di Pechino ha recitato un parziale mea culpa attraverso il il Partito Comunista presieduto dal presidente Xi Jinping, ammettendo una sottovalutazione del pericolo coronavirus.

E a seguire, la Corte Suprema del popolo cinese ha criticato l'arresto degli otto medici che hanno dato notizia del virus: non avevano fabbricato notizie false. Nella sentenza sono stati comunque 'bacchettati': rei di aver sbagliato diagnosi, credendo di avere a che fare con una nuova Sars. Infine, il giornale del popolo comunista ha detto che "in retrospettiva, dovremmo elogiarli altamente, erano stati saggi".

Dal contagio alla dubbia morte del medico

Li è stato stroncato dal male che voleva debellare. A inizio gennaio era stato contagiato da una paziente affetta da glaucoma, ignara di avere contratto il coronavirus, probabilmente dalla figlia.

Solo il 20 gennaio la Cina ha dichiarato la diffusione del virus un’emergenza nazionale. In un post sul social network cinese Weibo, Li ha raccontato la sua storia allegando una foto in un letto d'ospedale. Appare stremato, con una maschera d'ossigeno al volto mentre mostra il suo tesserino di medico. Il post ha conquistato i cinesi perché simbolo sacrificale di quella libertà che a loro manca.

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