L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha promosso Solidarity trial', uno studio clinico senza precedenti. Obiettivo: disporre, entro un paio di settimane, di informazioni accurate sull'efficacia di alcuni farmaci già impiegati "off label" nel trattamento di pazienti affetti da SARS-CoV-2. Finora questi farmaci sono stati prescritti senza seguire dei protocolli specifici. I risultati ottenuti sono parziali e non sempre concordanti. In questa prima fase sono stati selezionati 4 farmaci ma ben presto se ne potrebbero aggiungere altri.

Una lotta contro il tempo

Sappiamo tutti che la soluzione a questa pandemia non può che venire da un vaccino. Ma i tempi per la disponibilità di un vaccino su ampia scala sono lunghi, non prima della fine dell’anno. I medici, i pazienti e tutti i cittadini di questo pianeta non possono attendere 6-8 mesi. Tutti hanno bisogno di una soluzione farmacologica subito. Anche se non risolutiva, almeno che sia in grado di poter controllare le conseguenze di questa epidemia.

Seguendo un approccio di “drug repurposing”, da più parti stanno usando farmaci già approvati per altre indicazioni, come antivirali, antinfluenzali, antinfiammatori, antimalarici, ecc.

E ogni volta, fanno seguito annunci trionfalistici per risultati più o meno incoraggianti.

L’OMS non poteva non prendere posizione, e promuovere una iniziativa senza precedenti. Nasce così il progetto Solidarity trial' che, almeno in questa prima fase, punta ad una valutazione clinica controllata sui primi quattro farmaci, già descritti da più parti per aver dato qualche riscontro contro la polmonite da SARS-CoV-2.

Con una procedura estremamente semplificata, lo studio clinico (trial) coinvolgerà migliaia di pazienti di decine di Paesi. Potranno partecipare tutti gli ospedali che attualmente sono in prima linea, in questa pandemia. E' sufficiente iscriversi alla piattaforma “trial Solidarity” per essere immediatamente operativi.

Si parte da una diagnosi accertata da Covid-19, si inseriscono una serie di dati anamnestici del paziente e si attende l'ammissibilità alla partecipazione allo studio.

Il paziente firmerà il modulo di consenso e, in base ai farmaci già disponibili presso l’ospedale, inizierà il trattamento sotto il costante monitoraggio degli esperti della OMS.

Ogni giorno i medici registreranno le condizioni di ogni singolo paziente e l’OMS invierà istruzioni su come e se proseguire. Questo al fine di assicurare la miglior gestione farmacologica per ogni singolo paziente. Man mano che le informazioni si accumuleranno, gli esperti della OMS potranno segnalare se un determinato farmaco non sta funzionando o dà effetti collaterali non accettabili. Oppure, se siamo in presenza di un farmaco particolarmente efficace, e quindi utile allargare da subito la platea dei pazienti che ne potranno beneficiare.

Questo modus operandi è assolutamente inusuale per uno studio clinico, dove il “gold standard” della ricerca medica prevede il “doppio cieco”, e un gruppo di controllo o placebo. Ma, data l’emergenza, si sta cercando di conciliare rigore scientifico e rapidità operativa.

Ecco i primi farmaci selezionati

Remdesivir (Gilead), farmaco antivirale sviluppato contro l’Ebola. Agisce interrompendo la replicazione virale grazie ad un blocco della RNA polimerasi virale RNA-dipendente. Sebbene contro l’Ebola non avesse mostrato una particolarmente efficacia, nel 2017 dei ricercatori dell’Università della Carolina del Nord, in uno studio preclinico su SARS e MERS, altre due infezioni causati da Coronavirus simili al Covid-19, avevano dimostrato che il farmaco poteva inibire questi virus.

Usati anche nel SARS-Cov-2, ha mostrato qualche saltuario successo. A dosaggi elevati può essere tossico.

Clorochina e idrossiclorochina, questi due farmaci antimalarici agiscono riducendo l’acidità negli endosomi, compartimenti intracellulari sfruttati dai virus per penetrare nelle cellule. Nel caso SARS-Cov-2, il meccanismo di penetrazione è differente: il virus usa la RBD (receptor Binding Domine) spike protein, una proteina in grado di legarsi al recettore ACE-2 (Angiotensin Converting Enzyme 2) presente sulla superficie delle cellule umane. In Cina e in Corea del Sud questi farmaci sono stati usati nel Coronavirus, e vengono riportati dei buoni risultati anche se al momento nulla è stato ancora pubblicato.

A dosi elevate questi antimalarici possono esse anche molto tossici.

Ritonavir/lopinavir (Abbott) è la combinazione di due farmaci antivirali, anti-HIV, commercializzata con il nome Kaletra, e approvata già nel 2000. Sono due molecole ad attività anti-proteasi, lopinavir va ad inibire la proteasi dell’HIV ma verrebbe rapidamente disattivata se non ci fosse ritonavir, una seconda molecola ad attività anti-proteasi che assicura una maggiore stabilità al lopinavir. Questa combinazione è stata testata in tutti i casi di coronavirus, SARS. MERS e SARS-2. Con risultati non sempre univoci.

A questi due farmaci anti-HIV a volte è stato associato anche l’inteferone beta.

Anche nel 'Solidarity trial' verrà provata questa associazione.

Un network mondiale

Il progetto 'Solidarity trial' vedrà inizialmente coinvolti dieci Paesi, Argentina, Behrain, Canada, Francia, Iran, Norvegia, Sudafrica, Spagna, Svizzera e Tailandia. Altri se ne aggiungeranno nei prossimi giorni. Così anche per i farmaci: ai primi quattro potranno aggiungersene altri come l’antinfluenzale faviparavir (Avigan), prodotto dalla giapponese Toyama Chemical, di cui tanto si sta parlando questi giorni in Italia e che l’AIFA ha appena autorizzato uno studio clinico. In alcuni Paesi l’Avigan è già usato come antinfluenzale.

Ne abbiamo parlato su queste pagine pochi giorni fa.

'Solidarity trial' ingloberà anche i risultati di altri studi clinici che sono in corso contro SARS-CoV-2. È il caso dello studio Discovery, una ricerca promosso dall’Istituto Nazionale di Ricerca francese (l’equivalente del CNR in Italia). I francesi hanno annunciato che condurranno uno studio clinico in Europa, sul modello 'Solidarity trial’ della OMS, usando gli stessi farmaci – ad eccezione della clorochina, da testare su 3200 pazienti in almeno sette Paesi, di cui 800 solo in Francia.

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