Robert Bilott, un avvocato dello studio legale Taft Stettinius e Hollister di Cincinnati, ne è convinto: le persone che sono risultate più vulnerabili al coronavirus sono quelle con una maggiore fragilità immunologica. E i PFAS, usati per anni dalla grande industria prima di essere messi al bando, per essere sostituiti da altre sostanze “dichiaratamente” più sicure, si sono accumulati nelle falde acquifere e sono arrivati all’uomo. I soggetti maggiormente esposti si sono ritrovati con un sistema immunitario indebolito, diventato facile preda del Covid-19. Per questo negli Stati Uniti l’avvocato Bilott ha promosso una class action.

Il problema c’è anche nel nostro paese

PFAS, acronimo per polyfluoroalkyl substances, ovvero sostanze polifluorurate, hanno proprietà impermeabilizzante e si ritrovano nei capi di abbigliamento sportivo ma anche nelle pellicole, nelle plastiche, nelle schiume per estintori, nei detergenti, nei fertilizzanti, negli smartphone, nelle automobili, negli aerei, nelle batterie, nelle pentole antiaderenti, nei sistemi di purificazione dell'aria e dell'acqua, in dispositivi medici, ecc. Sono quindi presenti ovunque e, se disperse nell'ambiente, sono altamente tossici. Possono causare cancro, infertilità, danni alla tiroide e al cervello. Ma. anche indebolire le difese immunitarie.

Anche difficile da “percepire” in quanto i PFAS sono inodori, insapori e incolori.

Negli Stati Uniti, a Cincinnati, nello studio legale Taft Stettinius e Hollister, c’è un avvocato che è diventato quasi una star. Parliamo di Robert Bilott, uno “specialista” delle class action. Autore di un libro, Exposure dove descrive la sua battaglia contro il colosso industriale DuPont, è diventato popolare quando la sua storia, lo scorso anno, è stata la trama di un film, Dark Waters Cattive Acque, diretto da Todd Haynes.

Ora l’avvocato di Cincinnati ha dichiarato guerra ai PFAS. La pandemia causata dal Covid, a suo dire, è stata più aggressiva dove ha trovato delle popolazioni maggiormente esposte a queste sostanze. Questo ha reso il loro sistema immunitario meno efficiente. In pratica, i PFAS hanno favorito la diffusione del Covid-19.

Come riporta Andrea Tomasi sul Il Fatto Quotidiano del 24 giugno, in Italia, la società Miteni è accusata di aver contaminato una falda acquifera con i PFAS. C’è una inchiesta in corso e la società è in fallimento. Indipendentemente dalle sorti giudiziarie, rimane il fatto che gli abitanti delle province di Vicenza, Verona e Padova, interessate da questa falda acquifera, probabilmente sono state esposte ai PFAS in misura più rilevante rispetto ad altre popolazioni.

Inoltre, i PFAS sono andati a finire nei terreni, negli acquedotti e nell’acqua destinata all’irrigazione e agli allevamenti. Tutto questo in un territorio importante per la filiera alimentare. Alla luce delle ricerche portate avanti dall’avvocato Bilott, c’è da chiedersi quale impatto tutto questo abbia potuto avere sulla diffusione del Covid-19 in questi territori.

Non c’è neanche da stare tranquilli con i vaccini, quando saranno disponibili contro questo Coronavirus, in quanto i PFAS sembra riducano anche l’efficacia dei vaccini.

Il livello di esposizione

Come abbiamo detto, con il termine PFAS si indica un gruppo di composti chimici contenente fluoro (perfluoroalchilici e polifluoroalchilici). Ma non tutti i PFAS hanno le stesse proprietà. Infatti, questo gruppo di sostanze comprende composti con proprietà fisiche, ambientali e biologiche molto diverse tra loro. Probabilmente il 99% della popolazione mondiale è in qualche misura esposta a queste sostanze polifluorurate. Spesso il livello di esposizione è molto basso ma in alcune zone tale esposizione può raggiungere livelli elevati facendo aumentare il tasso ematico dei PFAS in modo davvero preoccupante.

Negli Stati Uniti le linee guida indicano nelle acque potabili una soglia massima di 70 parti per trilione di PFAS. La loro produzione non è formalmente vietata, anche perché come abbiamo detto a questo gruppo di composti appartengono una varietà molta ampia di sostanze. Tuttavia le aziende, sia per assecondare norme sempre più stringenti, sia per mettersi al riparo di rivalse giudiziarie, stanno progressivamente sostituendo le sostanze più tossiche con degli analoghi più tollerabili, come GenX o C6O4.

GenX è il nome commerciale del prodotto fluorurato 2,3,3,3-tetrafluoro-2-(eptafluoropropossi)-propanoato di ammonio, un tensioattivo utilizzato dal 2005 negli Stati Uniti, come elemento base per la produzione del Teflon.

C6O4 è il nome commerciale di una sostanza multi-componente, ovvero una miscela di diastereoisomeri del composto ammoniodifluoro{[2,2,4,5-tetrafluoro-5-(trifluorometossi) -1,3-diossolan-4-il]ossi}acetato. Il C6O4 è registrato in conformità alla normativa REACH e approvato dall'EFSA. È un prodotto sviluppato e brevettato da Solvay per sostituire il PFOA (acido perfluoroottanoico), un PFAS eliminato già alcuni anni dai processi produttivi e bandito totalmente dal 2015 (EPA-PFOA Stewardship Program). Inoltre, il C6O4 sembra essere meno bio-resistente e meno bioaccumulabile.

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