A dieci anni dal rapimento e l'uccisione di Giulio Regeni al Cairo, la famiglia del ricercatore ha rilasciato un messaggio ufficiale di ringraziamento a quanti hanno contribuito a “impedire l’oblio” attorno alla sua vicenda. Paola e Claudio Regeni, attraverso la loro legale, hanno sottolineato il ruolo svolto da cittadini, operatori dell’informazione e realtà associative nel mantenere viva la memoria pubblica del caso. Il messaggio arriva in prossimità del decimo anniversario del sequestro, avvenuto il 25 gennaio 2016, e del successivo ritrovamento del corpo del giovane, ucciso dopo ripetute torture.

La vicenda continua a occupare un posto centrale nel dibattito pubblico italiano e internazionale sui diritti umani e sulle responsabilità degli Stati.

Il messaggio della famiglia

Nel messaggio diffuso nei giorni precedenti l’anniversario, i genitori di Giulio Regeni hanno espresso gratitudine verso “tutte le persone e la scorta mediatica” che hanno seguito il caso in questi anni, contribuendo a mantenerne alta l’attenzione. Secondo la famiglia, questo impegno ha rappresentato un elemento decisivo per evitare che la vicenda scivolasse nell’indifferenza, come accaduto in altri casi di violazioni dei diritti fondamentali avvenute all’estero.

Il riferimento all’“oblio” richiama una delle principali preoccupazioni espresse dalla famiglia Regeni sin dalle prime fasi dell’inchiesta: la possibilità che il tempo e la complessità delle relazioni diplomatiche potessero ridurre l’attenzione pubblica su un caso che presenta evidenti profili di tortura e omicidio di Stato.

Il messaggio si inserisce dunque in una strategia comunicativa orientata a mantenere costante la pressione dell’opinione pubblica sulle istituzioni.

Il rapimento e l’uccisione di Giulio Regeni

Giulio Regeni, dottorando presso l’Università di Cambridge, si trovava al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. Il 25 gennaio 2016, giorno dell'anniversario della rivoluzione egiziana del 2011, il giovane scomparve nei pressi di piazza Tahrir. Per giorni non si ebbero notizie, fino al 3 febbraio, quando il suo corpo venne ritrovato lungo una strada tra il Cairo e Alessandria.

L’autopsia rivelò segni evidenti di torture, fratture e lesioni compatibili con un prolungato periodo di sevizie.

Fin dalle prime ore successive al ritrovamento, emersero forti dubbi sulle versioni fornite dalle autorità egiziane, che nel tempo presentarono ricostruzioni contraddittorie. Il caso assunse rapidamente una dimensione internazionale, diventando un simbolo delle violazioni dei diritti umani in Egitto.