In un comunicato ufficiale trasmesso dalle agenzie di stato iraniane nella notte dell'8 marzo 2026, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — i Pasdaran — ha proclamato la propria incondizionata fedeltà al neo-eletto leader supremo Mojtaba Khamenei. Il testo, lapidario e solenne, non lascia margini ad alcuna ambiguità: il Corpo delle Guardie "sostiene la scelta dell'Onorevole Assemblea degli Esperti ed è pronto alla totale obbedienza e al sacrificio per adempiere ai comandamenti divini" della nuova Guida Suprema. Una formula che, nella cultura politico-religiosa della Repubblica Islamica, vale quanto un vincolo sacro.

Il giuramento arriva a poco più di una settimana dall'Operazione "Leone Ruggente": il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato attacchi coordinati che hanno ucciso l'ayatollah Ali Khamenei, leader supremo dell'Iran per quasi quattro decenni. Nell'attacco hanno perso la vita anche sua moglie, la nuora e un nipote. Suo figlio Mojtaba è sopravvissuto, sebbene ferito. E oggi, dalla sopravvivenza, è assurto al vertice assoluto del potere.

La scelta "dinastica" dell'Assemblea degli Esperti

L'Assemblea degli Esperti, organo costituzionale incaricato di nominare la Guida Suprema, ha formalizzato l'elezione di Mojtaba Khamenei come terzo leader della Repubblica Islamica dell'Iran — dopo il fondatore Ruhollah Khomeini e suo padre Ali.

La televisione di Stato iraniana ha definito la nomina "una decisione basata sulla Costituzione del Paese" e "l''alba di un nuovo giorno per la Repubblica Islamica".

La scelta ha un carattere marcatamente dinastico, fatto non privo di ironia storica: Ali Khamenei stesso aveva dichiarato in passato di "non gradire una successione di padre in figlio". Eppure la guerra ha accelerato ogni cosa, e l'ala più intransigente dei Pasdaran ha imposto la propria volontà. In testa il turbante nero dei discendenti del Profeta, Mojtaba si è presentato al mondo come il depositario della rivoluzione islamica in un momento di massima pressione militare e ideologica.

Le minacce di Washington e Tel Aviv: "Non durerà a lungo"

Di segno opposto le reazioni dell'Occidente. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato in un'intervista ad ABC News che il nuovo leader supremo dell'Iran "dovrebbe ottenere il consenso degli Stati Uniti per poter restare al potere. In caso contrario, non durerà a lungo". In un'altra intervista ad Axios, Trump si era spinto ancora oltre: "Il figlio di Khamenei è per me inaccettabile. Devo essere coinvolto nella nomina".

Israele ha alzato il tiro: il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che "qualsiasi leader nominato dal regime iraniano per proseguire il piano di distruzione di Israele sarà un bersaglio da eliminare".

Un messaggio sinistro, nel contesto di una guerra ancora in corso, che ha spinto la televisione di Stato iraniana a confermare che il nuovo leader è ferito e a battezzarlo "Jaanbaz" — termine persiano che designa i veterani di guerra feriti.

L'ex direttore della CIA David Petraeus ha giudicato la scelta "sfortunata", spiegando alla CNN di sperare in un leader "più pragmatico" in grado di accogliere le richieste americane sul nucleare: "Ma non sembra il caso".

La risposta di Teheran: "I nemici sono disperati"

A rispondere alle critiche internazionali è stato il capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, che ha dichiarato su X che la nomina di Mojtaba "ha portato alla disperazione i nemici ostili e belligeranti" dell'Iran.

Una continuità di linea che si riflette anche sui mercati globali: il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, con lo Stretto di Hormuz ancora sostanzialmente bloccato e le prospettive di conflitto prolungato che pesano come macigni sull'economia mondiale.