La Global Sumud Flotilla ha denunciato un'escalation pericolosa e senza precedenti nelle azioni della marina israeliana nel Mediterraneo, avvenuta nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2026. La flottiglia ha riferito che navi sono state intercettate e civili sarebbero stati rapiti in acque internazionali, a oltre 960 chilometri da Gaza e nelle vicinanze di Creta. L'episodio è stato definito come «pirateria» e un «sequestro illegale di esseri umani in alto mare», accusando Israele di operare «con totale impunità, ben oltre i propri confini, senza subire conseguenze».
La Global Sumud Flotilla ha richiesto che i responsabili vengano chiamati a rispondere delle proprie azioni.
Dettagli dell'intercettazione e reazioni
La marina israeliana ha intercettato le navi, disturbato le comunicazioni, inclusi i canali di soccorso, e rapito con la forza civili. L'operazione è avvenuta in acque internazionali, non in zone di confine contese. La Global Sumud Flotilla ha criticato il silenzio dei governi internazionali, sostenendo che «questa assenza di risposta non è neutralità, è autorizzazione ed è complicità». Sono state sollevate domande sulla sorte dei civili coinvolti e sulla possibile collaborazione tra governi europei e autorità israeliane.
Contesto e dinamica dell'operazione
La Global Sumud Flotilla era salpata dalla Sicilia domenica 26 aprile 2026 con destinazione Gaza. Almeno 15 imbarcazioni, tra cui la nave madre SAF SAF, sono state intercettate dalla marina israeliana mentre navigavano al largo delle coste greche, in una zona prossima alla giurisdizione europea e a più di tre giorni di navigazione da Gaza. Prima dell'abbordaggio, i sistemi di comunicazione e i canali di emergenza delle navi sono stati bloccati. La flottiglia aveva emesso segnali SOS e trasmesso immagini in diretta dell'abbordaggio da parte dei soldati israeliani. La marina israeliana, identificatasi via radio, aveva ordinato ai partecipanti di non proseguire verso Gaza, dichiarando che qualsiasi tentativo di portare aiuti alla Striscia doveva essere indirizzato al porto di Ashdod.
L'episodio rappresenta una potenziale violazione del diritto internazionale marittimo e della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), che limita le interdizioni in acque internazionali a casi specifici come la pirateria o con il consenso dello Stato di bandiera. Parte del convoglio ha proseguito verso la Grecia, dove le autorità sono rimaste in allerta in attesa dell'arrivo delle imbarcazioni.