A L'Avana, nuove e diffuse proteste hanno scosso diversi quartieri, con residenti scesi in strada per esprimere il loro profondo malcontento. Le ragioni principali di questa mobilitazione sono la grave crisi energetica, l'endemica mancanza d'acqua e il generale peggioramento delle condizioni di vita. Manifestazioni caratterizzate da rumorosi cacerolazos – il tipico battere di pentole – e da blocchi stradali sono state registrate in aree significative della capitale, tra cui San Isidro, Centro Habana, Guanabacoa e San Miguel del Padrón. I cittadini denunciano con forza le interruzioni continue dell'elettricità, un servizio disponibile solo per brevi e imprevedibili periodi, rendendo estremamente difficile la conservazione degli alimenti, la preparazione dei pasti e persino il pompaggio dell'acqua, elementi essenziali per la quotidianità.
Crisi energetica e malcontento sociale crescente
La compagnia elettrica nazionale ha previsto un deficit di circa il 69% della domanda nelle ore di punta, una stima allarmante che segue il quarto collasso del sistema elettrico registrato nel 2026. Questa precarietà energetica è al centro delle proteste, come dimostrato dall'azione di alcuni residenti a San Miguel del Padrón, che hanno bloccato l'accesso a una sottostazione elettrica per contestare le continue interruzioni. La situazione si inserisce in un quadro di crescente malcontento sociale, esacerbato dalla persistente scarsità di acqua, generi alimentari e carburanti. A riprova della tensione, l'organizzazione Cubalex ha documentato l'arresto di sei persone in seguito a una manifestazione a Guantánamo, denunciando la loro presunta “sparizione forzata”, un fatto che solleva gravi preoccupazioni sui diritti umani.
L'impatto delle sanzioni e la denuncia di Cuba all'ONU
Il quadro delle proteste è aggravato da blackout prolungati che hanno colpito duramente diverse regioni. A L'Avana, le interruzioni hanno raggiunto fino a 35 ore consecutive, mentre a Matanzas si sono registrate fino a 87 ore e nella provincia di Granma fino a 72 ore. La frequenza e l'intensità di queste mobilitazioni sono state elevate: nel solo mese precedente, l'organizzazione Cubalex ha registrato ben 109 manifestazioni e almeno 38 detenzioni connesse ai cacerolazos. In questo contesto di profonda crisi, il ministro degli Esteri cubano, intervenendo all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha attribuito la responsabilità della crisi energetica e della scarsità di beni essenziali all'inasprimento delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Ha definito la situazione come una vera e propria “guerra multidimensionale e non convenzionale” contro l'isola. Secondo le sue dichiarazioni, le perdite economiche dirette causate dall'embargo, solo tra marzo 2025 e febbraio 2026, ammontano a una cifra record di 8 miliardi di dollari.
Il dibattito internazionale e le posizioni divergenti
Il dibattito svoltosi all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha messo in luce profonde divergenze riguardo alle cause e alle soluzioni della crisi cubana. La maggior parte degli Stati intervenuti ha concordato sul fatto che l'embargo statunitense aggravi significativamente la situazione umanitaria ed economica dell'isola. Anche la Commissione europea, pur riconoscendo l'impatto delle sanzioni, ha esortato Cuba a proseguire nel percorso delle riforme e a garantire il rispetto dei diritti umani.
Paesi come Russia, Cina e il vasto Gruppo dei 77 hanno univocamente identificato l'embargo come uno dei principali ostacoli allo sviluppo del paese. Gli Stati Uniti, d'altra parte, hanno mantenuto una posizione ferma, attribuendo le difficoltà che Cuba sta affrontando principalmente alle scelte di politica interna adottate dal governo dell'isola, piuttosto che alle restrizioni esterne.