La giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari, Gabriella Pede, ha formalmente disposto l’archiviazione delle indagini relative all’omicidio di Benedetto Petrone, il giovane operaio comunista diciottenne assassinato il 28 novembre 1977 a Bari. L’uccisione avvenne durante un’azione violenta attribuita a un gruppo di militanti fascisti. Questa decisione giunge dopo che la sorella della vittima, Porzia Petrone, aveva presentato un’opposizione alla richiesta di archiviazione, opposizione che è stata integralmente rigettata dal giudice.

Le indagini sul caso erano state riaperte nel 2023, su specifica disposizione del gip precedentemente incaricato, il quale aveva riconosciuto la sussistenza di aggravanti quali la crudeltà e i motivi abietti. Tuttavia, la giudice Pede ha ora escluso la presenza di tali aggravanti nel contesto attuale del procedimento.

Motivazioni dell’archiviazione e ruolo degli indagati

La Procura di Bari aveva in precedenza iscritto sei persone nel registro degli indagati in relazione all’omicidio, ma aveva successivamente richiesto nuovamente l’archiviazione dell’indagine. La giudice Pede ha accolto tale richiesta, disponendo l’archiviazione nei confronti di cinque indagati per intervenuta prescrizione del reato e per un sesto indagato a causa del suo decesso.

Nella richiesta di archiviazione, il procuratore Roberto Rossi e la pm Grazia Errede avevano evidenziato l’esistenza di “elementi quantomeno di fondato sospetto circa la partecipazione degli indagati al fatto”. Ciononostante, avevano anche sottolineato l’assenza di una fondata previsione di condanna, poiché le indagini non avevano fornito ulteriori elementi di prova a corredo e riscontro di alcuni dialoghi intercettati. Secondo il giudice, le intercettazioni mostrano unicamente una preoccupazione generalizzata degli indagati in merito alla riapertura delle indagini, ma non consentono di delineare alcun ruolo specifico nella tragica morte di Petrone.

Precedenti giudiziari e posizioni delle parti

Nel 1981, la Corte d’assise di Bari aveva già emesso una condanna a ventidue anni di reclusione nei confronti del solo esecutore materiale dell’omicidio, Giuseppe Piccolo. La pena fu poi ridotta a sedici anni in appello nel 1982. Piccolo si suicidò in carcere due anni dopo la sentenza di secondo grado. Le nuove indagini, poi archiviate, erano state avviate a seguito delle disposizioni del gip nel 2023. Durante il recente procedimento, la Procura ha ribadito la sua richiesta di archiviazione, sostenendo con fermezza che le prove raccolte non fossero sufficienti per prevedere una condanna, nonostante la presenza di alcuni elementi di sospetto. La giudice Pede ha inoltre stabilito che il Comune di Bari e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) non possono opporsi alla richiesta di archiviazione, accogliendo in tal modo le eccezioni presentate dalla difesa di due imputati. Nonostante i familiari della vittima avessero richiesto nuove indagini o l’imputazione coatta, la decisione finale è stata quella dell’archiviazione definitiva del caso.