La Sezione specializzata in materia di Impresa della Corte d’Appello di Milano ha accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, stabilendo lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro 90 giorni. La decisione, comunicata il 27 luglio 2026, dispone la sospensione delle attività siderurgiche a caldo, condizionando la ripartenza alla completa bonifica dell’asbesto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili.
La sentenza e le condizioni per la ripresa
I giudici hanno stabilito che l’area a caldo dovrà essere spenta entro tre mesi e potrà tornare a produrre solo dopo la rimozione “integrale” dell’amianto dagli impianti. Sarà inoltre necessaria l’adozione di misure per ricondurre le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza, in caso di ripresa della produzione fino a 6 milioni di tonnellate l’anno di acciaio, come autorizzato dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). La Corte d’Appello, presieduta da Marianna Galioto, ha parzialmente accolto il ricorso dell’associazione Genitori tarantini, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, ribaltando la precedente decisione del Tribunale di Milano dello scorso febbraio.
La sentenza richiama la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 e sottolinea la persistenza del pericolo per la salute pubblica legato al “progressivo ammaloramento dello stabilimento”. La presenza di amianto è indicata come “l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte”. Attualmente, secondo gli atti, restano 2.000 chili di amianto nell’impianto, che l’azienda ritiene smaltibili solo alla fine del ciclo di vita degli impianti.
Implicazioni e contesto normativo
La ripresa delle attività siderurgiche a caldo sarà possibile solo dopo la completa bonifica dell’amianto e l’adozione di misure per ridurre le emissioni di polveri sottili entro i limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno.
L’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata nel 2025 ha una durata di dodici anni. I giudici hanno evidenziato che, in assenza di un vincolo cogente tra i piani di decarbonizzazione e la prosecuzione dell’attività a ciclo integrale, l’attività potrebbe proseguire senza decarbonizzazione per l’intero periodo previsto.
È stato inoltre sottolineato che “la previsione della decarbonizzazione presuppone l’insostenibilità dell’attuale sistema produttivo”. La decisione della Corte d’Appello è stata comunicata alla vigilia di un incontro a Roma tra governo, azienda e sindacati sul processo di vendita dello stabilimento, attualmente gestito dai commissari straordinari in attesa del passaggio a un’impresa privata.
Sebbene sia altamente probabile un ricorso in Cassazione da parte di Ilva e Acciaierie d’Italia, che non hanno rilasciato commenti ufficiali, l’ultimo grado di giudizio verterà solo su questioni procedurali e non di merito.