Giovedì 13 dicembre alle 21,30 Jim Sheridan ha incontrato il pubblico del Sottodiciotto Film Festival di {leggi_tutto}Torino. A presentare la serata c'era Emanuela Martini, famosa critica cinematografica e coordinatrice del Torino Film Festival dal 2008, nonché profonda conoscitrice del cinema britannico per cui ha curato diversi saggi tra i quali “Storia del cinema inglese 1930-1990” e ”Free cinema e dintorni: nuovo cinema inglese”. La presentazione è durata circa un'ora, mettendo a dura prova alcuni spettatori che bramavano impazientemente di vedere “In the name of the father”.

In questo lasso di tempo si è partiti da alcuni cenni biografici di Sheridan per arrivare al rapporto con l'attore Daniel Day-Lewis, diretto per altri due film oltre a quello sopracitato: “My left foot” (1989) e “The boxer” (1997). In particolare, Sheridan si è soffermato sulla straordinaria abilità di Daniel “nell'apprendere velocemente la parte da recitare e di incanalare la sua rabbia, la sua forte energia in canali costruttivi”.

Emanuela Martini ha poi commentato uno dei suoi film più belli, a suo dire, “In America” (2002), il quale rispecchia fedelmente molti aspetti della sua vita, del suo approdo negli Usa alla ricerca di un lavoro nel mondo del cinema, per cui aspetterà sette anni, durante i quali ha continuato a lavorare per il teatro.

A proposito di questo film, è stato divertente l'aneddoto che narra le vicissitudini che riguardano la scrittura e la regia. Infatti, Sheridan fu aiutato molto dalle figlie di 10 e 6 anni per la realizzazione di questo film, in particolare afferma “durante le riprese dicevo molte parolacce, poi è venuta la più grande e mi ha detto 'va bene dirle davanti a me che ormai ho dieci anni, ma non davanti a mia sorella', allora poi le ho detto che avrebbe potuto continuare lei a girare il film e nel giro di una settimana loro sapevano quale lente usare, dicevano Action e Cut, insomma sapevano tutto ciò che si deve sapere sul cinema”.

Proprio il rapporto tra padre e figlio divisi dalla Storia e dal tempo ha caratterizzato alcuni suoi film, come “In the name of the father”, tratto dall'autobiografia di Gerry Conlon “Proved Innocent”.

La pellicola del 1993 ripercorre i fatti storici della Gran Bretagna negli anni Settanta, in cui numerosi attentati dell'IRA vennero attribuiti a malcapitati, ladruncoli e hippy, colpevoli solamente di essere irlandesi nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. All'interno di questa cornice storica vi è la storia di Gerry e suo padre Giuseppe, due innocenti che riscoprono il valore del loro rapporto proprio durante la campagna di liberazione che quest'ultimo stava portando avanti da solo, a causa della ribellione distruttiva del figlio. Un capolavoro che ha visto la sala 2 del Cinema Massimo applaudire ed emozionarsi.