Mondadori pubblica nella sua collana più prestigiosa un volume monografico dedicato all'opera di Amelia Rosselli, esponente della “generazione degli anni '30”. Morta a Roma nel 1996 all'età di 66 anni, figlia del socialista liberale Carlo assassinato dai fascisti mentre era ancora bambina, l'intellettuale ebbe una biografia irregolare (che la portò dalla natia Parigi alla Svizzera agli Stati Uniti, passando per una formazione in Inghilterra e la residenza italiana) e un'esistenza travagliata (esaurimenti nervosi e malattia di Parkinson); sviluppò una personalità complessa, una sensibilità apolide e individualiste.
Il libro propone oggi una puntuale cronologia e un curatissimo apparato filologico, con una prefazione di Emmanuela Tandello che ne ripercorre la singolare esperienza umana e letteraria.
Nel merito della sua composizione, era l'autrice stessa a spiegare che "la lingua in cui scrivo è una sola, mentre la mia esperienza logica associativa è certamente quella di tutti i popoli e riflettibile in tutte le lingue"; ed ancora: “I versi non debbono ripetere la vita, ma riscoprire qualcosa di nuovo”. Diceva: “Per me La problematica della forma poetica è sempre connessa a quella più strettamente musicale, senza scindere le due discipline; in realtà considero la sillaba non solo un nesso ortografico ma anche un suono, e il periodo non solo un costrutto ma anche un sistema”.
E - nel '79, ad una domanda di Mariella Bettarini su cosa restasse del mestiere di poeta - rispondeva: “invece che generalizzare sul tema mi riesce più facile parlare di incidenti specifici. Son diventata scrittrice senza deciderlo, educata al dovermi mantenere da sola da una madre severa; in qualche modo tutt'ora mi vergogno di chiamarmi scrittrice. Il fatto che lo scrittore miri ad essere una “guida” per la massa non mi riguarda; mi interessa semmai che la massa si avvicini allo scrittore”.
Pertanto Olivia Trioschi nota che – nel suo stile - deriva una singolarissima e voluta ignoranza delle regole sintattiche e morfologiche da cui nasce una "scrittura-parlato intensamente informale in cui si realizza la riduzione assoluta della lingua della poesia a lingua del privato (Mengaldo)" .
La poesia diventa così un riflesso della vita psichica e dell'immaginario personale.
La Rosselli esordiì nel 1963 con 24 poesie edite su “Il Menabò”; a seguire uno dei suoi capolavori, “Variazioni belliche” (Garzanti, 1964), e poi “Serie ospedaliera” ('67), “Diario ottuso” ('68, che raccoglie una serie di racconti in prosa), “Umproptu” ('81), “Appunti sparsi” ('83, composti nel periodo 1952/63).Ci piace dedicarle idealmente alcuni suoi versi (“C'è come un dolore nella stanza”, da "Documento" 1966-1973):
“C'è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C'è come un rosso nell'albero, ma è
l'arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch'essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d'un destino
di uomini separati per obliquo rumore”.