Il caso ha voluto che Dario Fo chiudesse gli occhi per non riaprirli più proprio oggi 13 ottobre, lo stesso giorno in cui, tra una manciata d'ore, verrà reso noto il nome del vincitore del Premio Nobel per la letteratura 2016. Fo quel riconoscimento lo ha avuto un po' a sorpresa, nel 1997, all'età di 71 anni: la notizia lo raggiunse mentre si trovava in auto insieme ad Ambra Angiolini, in occasione delle riprese del programma televisivo 'Milano/Roma', un format che prevedeva la registrazione di una serie di interviste realizzate durante il tratto autostradale che collega le due città italiane. Fu allora, per lui, una grande sorpresa e la motivazione che formularono gli Accademici di Svezia oggi, nella prospettiva chiusa di una vicenda umana conclusa, suona più che mai vera: 'perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere, restituendo dignità agli oppressi'.

Recitava così, in modo sbrigativo ma diretto, la giustificazione di un onore talmente grande, reso non a un autore da scrittoio, ma a un uomo di teatro, saltimbanco contemporaneo che, depositario di un sapere antico e di una lingua acrobatica, sapeva usare argutamente le armi drammaturgiche e retoriche per fare le pulci al potere, ridistribuendo agli umili e ai negletti la loro porzione di rispettabilità calpestata, il residuo meraviglioso e vibrante della loro umanità.

Il grande amore per Franca Rame

Nato a Sangiano, in provincia di Varese, in un piccolo comune di un migliaio d'anime, Fo deve a quello spicchio minuscolo di Lombardia il patrimonio infinito della sua immaginazione: 'in quel posto giravano contrabbandieri e pescatori di frodo', racconta nella sua autobiografia di infanzia ('Il paese dei Mezaràt'), 'riempivano a noi ragazzi la testa di storie, cronaca locale frammista a favole'.

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Negli anni Cinquanta, ventenne, decide di lasciare la facoltà di Architettura per dedicarsi al teatro. La svolta arriva a Milano, quando conosce Franca Rame, colei che sarebbe diventata la sua compagna di vita e di impegno politico, ma che, ancor prima, fu per lui una Beatrice, angelo salvifico e maestra, musa e pigmalione: 'io non ero nessuno, ero uno spilungone tutto orecchie, intimidito dalla sua bellezza', confidò una volta l'autore, rievocando i tempi del loro incontro, 'un giorno lei mi prese di spalle, mi mise contro un muro e mi baciò'. Fu proprio Franca, scomparsa nel 2013, a infondergli sicurezza nelle proprie capacità: 'Franca è stata la mia maestra che mi ha tolto gli impacci, la convenzione, la paura'.

Da 'Mistero buffo' a 'Darwin'

La morte lo ha raggiunto suo malgrado questa mattina ('se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare', è stata la sua ultima battuta) mentre era ancora in piena attività: appena lo scorso 20 settembre aveva presentato a Milano 'Darwin', la sua ultima fatica letteraria dedicata al padre dell'evoluzionismo.

Da dodici giorni era ricoverato all'ospedale Sacco di Milano, per problemi respiratori. L'eredità umana e intellettuale che ci consegna è preziosa e sterminata, ma l'opera che più forse lo ha rappresentato è quel 'Mistero buffo' che, dal 1969 ai primi anni Duemila, non ha mai smesso di cambiare ed evolvere: spettacolo che, reinventando il linguaggio, ha reinventato il teatro e insieme la storia, celebrando il mistero della vita e della parola stessa, scrigno di ogni meraviglia, sorgente di ogni miracolo.