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La mostra “Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese” è stata una scommessa perché il nome non era di quelli altisonanti, da grandi folle. Il pittore nato a Ferrara, forse nel 1569 forse nel 1580, è rimasto poco conosciuto probabilmente perché appartiene a quel secolo, il ‘600, in cui Ferrara, dopo la partenza nel 1598 degli ultimi Estensi verso Modena e l’arrivo di Papa Clemente VIII, sembrò spegnersi dal punto di vista artistico culturale. In realtà, e questa mostra curata da Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti ne è un esempio lampante, in questo secolo apparentemente “buio” di spazi di “luce” ce ne furono diversi, uno di questi è rappresentato dal lavoro di Carlo Bononi, che racchiude in sé tutti gli elementi più significativi del barocco: l’empatia, la centralità del corpo, i giochi di luce e la teatralità: ed è proprio attraverso un sipario che si entra nella prima sala della mostra dove alla Pietà di Bononi sono affiancate due opere: La Trinità con Cristo morto di Ludovico Carracci e San Girolamo nell’atto di sigillare una lettera del Guercino, due “colleghi” del Bononi a cui lui si ispirò e che ispirò a sua volta, in un continuo flusso di influenze che dimostrano come Bononi si guardasse molto attorno e sapesse cogliere il meglio di quello che succedeva in città come Bologna, Venezia e ovviamente Roma, come il pathos e la verosimiglianza dai quadri del Carracci o il colore da quelli del Guercino.

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Carlo Bononi in esposizione a Ferrara

La sua prima opera documentata è la Madonna con Bambino del 1604, dove si trovano richiami allo stile veneziano, come le colonne, i tendaggi o il modo in cui la Madonna è seduta, ma quello che salta subito agli occhi e che accompagnerà il visitatore fino alla fine della mostra è la presenza degli angeli in quasi tutte le opere del Bononi, all’inizio della sua carriera piccoli e paffuti cherubini che poi crescono con lui fino ad arrivare ad essere giovani possenti e muscolosi. Sin dall’inizio Bononi esprime il meglio di sé sulle grandi dimensioni (anche se poi nella penultima sala ci sarà qualche sorpresa) come ne I Santi Lorenzo e Pancrazio, una tela 327 x 220 realizzata nel 1608 per la chiesa di Casumaro.

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Bononi, oltre a guardarsi intorno, sperimenta molto, gli piace cambiare e così, oltre ai soggetti religiosi, in mostra si trovano anche quadri come la Sibilla che appartiene alla collezione Cavallini Sgarbi e che tornerà in mostra al Castello Estense di Ferrara dal 3 febbraio 2018.

I successi, la Chiesa di Santa Maria in Vado e il viaggio a Roma

Le due sale successive sono dedicate ai successi del Bononi, a cominciare dall’Annunciazione commissionata dai Marchesi di Bentivoglio nel 1611, anche questo quadro contiene alcune delle cifre stilistiche dell’artista: la “domesticità” delle sue figure, in questo caso la Madonna che sembra una qualunque donna del popolo (e infatti pare che a fargli da modella fosse una sua parente), gli angeli, già un po’ cresciuti, i giochi di luce.

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Il suo capolavoro a Ferrara è rappresentato dai dipinti della Chiesa di Santa Maria in Vado, realizzati in due tempi: tra il 1614 e il 1617 e tra il 1620 e il 1622, in mezzo il fondamentale viaggio a Roma. In mostra ci sono i disegni preparatori delle tele della Chiesa (opere d’arte esse stesse) e una visita “virtuale” di Santa Maria in Vado.

Nel 1619 Bononi va a Roma e “incontra” Caravaggio, o meglio la sua eredità, visto che il Merisi era morto nel 1610, un’eredità fatta di realismo crudo che lo spinge a cambiare ancora una volta, come dimostra nel San Paterniano che risana la cieca Silvia che Bononi realizza durante la sua permanenza a Fano e dove la luce, lo sguardo magnetico di alcuni personaggi e la teatralità della scena richiamano chiaramente Caravaggio (escluso il bambino fatto aggiungere in basso a destra da alcuni acquirenti nell’800). L’influenza del Merisi si sente anche nel dipinto che è diventato la locandina della mostra: il Genio delle Arti (1621-1622), dove è facile ritrovare l’Amore Vincitore di Caravaggio (1602) e dove, nella bellezza dei gesti della figura alata, Bononi applica alla lettera la filosofia barocca secondo cui l’arte deve sempre stupire. E stupiscono anche i suoi nudi, in particolare l’Angelo custode del 1625 con il viso del giovane tentato dal diavolo che si specchia nel drappeggio dell’angelo.

Il talento espresso nel piccolo e nel grande, nel sacro e nel profano

La sorpresa accennata all’inizio si incontra nella penultima sala dove si scopre che Bononi era bravo anche quando si trattava di dipingere in piccolo, i quadri da cavalletto, fiore all’occhiello del suo rivale Scarsellino, che però muore nel 1620 lasciandogli la possibilità di dimostrare il suo talento anche in questo campo.

L’ultima sala è dedicata allo “splendore del sacro”, alle pale d’altare, il pittore torna alle grandi dimensioni come nella Sacra Famiglia con le sante Barbara, Lucia e Caterina del 1626, spariscono i nudi ma restano tutte le influenze dei pittori bolognesi, veneti e romani.

Carlo Bononi muore nell’estate del 1632 e l’ultima opera che lascia è San Luigi scongiura la peste, un dipinto ancora una volta carico di empatia, di pathos, di grande fisicità, il suo testamento artistico.

La scommessa è stata vinta, un grande artista ritrovato, il ‘600 ferrarese non è per niente buio. La mostra resterà aperta fino al 7 gennaio 2018, tutte le informazioni su www.palazzodiamanti.it.