Quando il potere ha paura della mitezza, nasce un film come "Il prigioniero coreano", la cui regia, sceneggiatura e fotografia è siglata da Kim Ki-Duk, cineasta che ha messo a segno con quest'opera un particolare successo nel 2016, grazie alla partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia e al Festival di Toronto. Ora la friulana Tucker Film, nata nel 2008 da un progetto del Cec di Udine e di Cinemazero di Pordenone, si prepara a distribuire la pellicola in Italia dal prossimo 12 aprile, nell'ambito del filone di attività che la lega al Far East Film Festival, il più importante evento europeo dedicato al cinema asiatico, del quale la società di produzione cura l'organizzazione con una delle sue articolazioni.
"Il prigioniero coreano" ha gli occhi, nei panni del personaggio protagonista Nam, di Ryoo Seung-bum, fratello del regista di "The Berlin file" del 2013, spy-story ambientata a Berlino sullo spionaggio nelle due Coree. Nam Chul-woo è un pescatore di un villaggio nordcoreano, e la sua barca è tutto ciò che possiede. Per un guasto al motore, un giorno sconfina senza volerlo in acque nemiche, coincidenti con la zona di sicurezza fra Corea del Nord e del Sud, ma mentre chiede aiuto rischia di ricevere degli spari.
Narrazione politica ed esperienza umana, i due cardini della regia
Kim Ki-Duk restituisce sulla Corea uno sguardo fortemente critico che riesce a cogliere l'ossimorico legame che unisce il Paese tagliato in due all'altezza del 38° parallelo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Le simmetrie riguardano la durezza della dittatura sovietica del Nord e la violenza ideologica americana del Sud, al punto che Nam sarà sottoposto a torture prima di dimostrare agli ispettori sudcoreani di non essere una spia, mentre al rientro nel suo villaggio al Nord dovrà superare la diffidenza verso la sua integrità, avvalorando l'estraneità alla contaminazione da ogni influenza capitalistica.
La vicenda individuale del protagonista diviene emblematica di una storia collettiva e l'elemento dell'acqua - che può estendersi alla simbolicità di radici ancestrali - potrebbe stare a significare anche che i confini non sono mai tali da dividere nettamente il bene ed il male da una parte o dall'altra. Kim Ki-Duk, che ha trascorso la sua infanzia a Seoul negli anni Settanta, si è arruolato ventenne nell'esercito, è da sempre appassionato di arte e di Europa, e rilascia nelle sue opere un'impronta umanitaria fra le pieghe ed incrostazioni di sistemi e poteri politici.
I film più importanti e l'incontro con la Tucker
Considerato visionario in patria ed acclamato, invece, in Europa, Kim Ki-Duk non ha raggiunto finora il cuore dell'America. La sua produzione più rilevante si assesta nel 2001 con il film "Bad Guy", presentato l'anno dopo al Far East Film Festival di Udine, terreno dell'incontro con la Tucker, che annovera nel suo catalogo, fra numerosi titoli, "Departures" di Takita Yojiro (Premio Oscar nel 2009 come Miglior Film Straniero) "Poetry" di Lee Chang-dong (Premio per la Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes 2010), "A Simple Life" di Ann Hui (Coppa Volpi 2011 per la Miglior Interpretazione Femminile a Deanie Ip).
Kim Ki-Duk, che unisce naturalezza e vigore espressivo, ha ottenuto nel 2004 il Leone d'Argento a Venezia per "Ferro 3", e nel 2012 si è aggiudicato il Leone d'Oro alla Mostra Internazionale veneziana di Arte cinematografica con il film "Pietà", presentando "Moebius" nel 2013.
Nel 2003, il regista asiatico ha maturato la prima parte della sua parabola artistica con la pellicola "Primavera, Estate, Autunno, Inverno", ed oggi rilancia la primavera 2018 con la navigazione pericolosa de "Il prigioniero coreano".