Il documentario dedicato al caso di Giulio Regeni è stato escluso dai finanziamenti pubblici, scatenando un acceso dibattito nel panorama culturale e politico italiano. Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera e responsabile Cultura e Innovazione di Fratelli d’Italia, ha espresso la sua posizione, affermando che il progetto “meritava di essere finanziato per il tema”. Mollicone ha inoltre respinto con fermezza le “ricostruzioni definite diffamatorie” emerse in relazione alle recenti polemiche, precisando di aver appreso dell’esistenza del documentario solo tramite la stampa.
La posizione di Mollicone e il funzionamento delle commissioni
Mollicone ha ribadito la sua disponibilità a promuovere un confronto pubblico con i genitori di Giulio Regeni e a organizzare una proiezione del documentario, un'iniziativa già adottata per altri film su temi storici e sociali. Ha inoltre precisato che il Parlamento non interviene nelle decisioni delle commissioni ministeriali, le quali operano in autonomia. Queste commissioni, le cui procedure sono stabilite dalla legge 220/2016, sono composte da esperti indipendenti e le loro scelte sui finanziamenti non sono note alla commissione Cultura parlamentare.
Dimissioni e dibattito nel settore cinematografico
La mancata assegnazione di fondi al documentario su Regeni ha generato ripercussioni significative all’interno della commissione selezionatrice del Ministero della Cultura.
Due membri di spicco, Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, hanno rassegnato le dimissioni, sebbene non abbiano citato esplicitamente il caso Regeni come motivazione principale. Il documentario, intitolato ‘Giulio Regeni, All The Evil In The World’, non ha ricevuto alcuna parte dei 14 milioni di euro disponibili per il settore. Questa vicenda ha riacceso il dibattito sulle modalità di assegnazione dei contributi pubblici e sulla necessità di maggiore trasparenza nelle procedure.
Il contesto del caso Regeni
Il caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016, ha avuto una vasta risonanza internazionale. Attualmente, quattro agenti della sicurezza egiziana sono sotto processo in Italia, in contumacia.
La famiglia Regeni ha costantemente criticato la gestione dei rapporti tra Italia ed Egitto, reiterando la richiesta di verità e giustizia per il figlio. L'esclusione del documentario dai finanziamenti ha sollevato ulteriori interrogativi anche tra le forze politiche, che hanno richiesto chiarimenti al Ministero della Cultura.