"É colpa mia'' avrebbe detto Mark Zuckerberg al Senato degli Stati Uniti, assumendosi pienamente la responsabilità di ciò che è accaduto rispetto ai dati di almeno 90 milioni di utenti Facebook trafugati dall'azienda Cambridge Analytica. Facebook avrebbe dato troppo spazio all'azienda, che avrebbe utilizzato i dati degli utenti per interferire notoriamente nella campagna elettorale statunitense da cui Donald Trump è uscito vincitore.

Sebbene il gesto di Zuckerberg fosse prevedibile e sufficientemente inevitabile, è lodevole il fatto che non abbia esitato a prendersi le sue responsabilità in quanto presidente e CEO di Facebook. Non sempre, infatti, è così semplice ammettere di aver sbagliato, sopratutto quando le responsabilità sono così pesanti.

Valutare le azioni

Nel valutare le Azioni che compiamo o che dobbiamo compiere, pensiamo di poter operare in uno stato di generale distacco, facendo affidamento alla nostra ragione.

I giudizi che produciamo su ciò che facciamo o che diciamo, dunque, riteniamo siano obiettivi. Ma lo sono sempre realmente?

No, non sempre. Questo perché tendiamo a sottovalutare il nostro potere di azione sulla percezione delle nostre stesse azioni. Detto altrimenti, abbiamo un'influenza sui nostri giudizi che riguardano noi stessi in particolare: influenza non sempre percettibile che serve da freno inibitore rispetto a delle condotte nocive o inumane.

Questo meccanismo - detto l'autosanzione affettiva - impedisce lo svilupparsi di sentimenti come il senso di colpa, la vergogna o il rimorso che potremmo provare normalmente davanti a determinate azioni. É il punto di partenza dell'ultima opera di un grande psicologo contemporaneo, Albert Bandura, "Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene". Bandura è stato insignito nel 2016 da Barack Obama con la National Medal of Science.

Perché è così difficile ammettere che abbiamo sbagliato

L'uomo è una macchina quasi perfetta che in ogni tempo è dedita alla propria sopravvivenza. Che sia essa fisica o psicologica, è inequivocabile che mantenere un equilibrio che ci assicuri di “sentirci sempre bene” è sicuramente tra i meccanismi umani più funzionanti.

Nel momento in cui prendiamo l'influenza, per esempio, il corpo alzerà la temperatura per combattere tutti i batteri. Allo stesso modo, anche se abbiamo sbagliato, la nostra mente vorrà salvaguardarci da quella sensazione di malessere che dovrebbe derivare dall'errore. L'identità e l'autostima sono fortemente legate e, spesso, il nostro equilibrio psichico non vuole permettersi un crollo. Così, anche se a volte abbiamo sbagliato, tendiamo a ignorare o a sottovalutare le nostre responsabilità: schiviamo l'analisi oggettiva del nostro comportamento e andiamo alla ricerca di “altro” che possa giustificarci, seppur in parte, per le nostre azioni.

Una piccola digressione sulla teoria dell'attribuzione

Proprio per queste ragioni accade spesso che di fronte a situazioni ambigue o, molto più semplicemente, comportamenti non esattamente usuali, ci si trovi a dover giustificare il perché qualcuno ha agito in un certo modo o perché noi stessi abbiamo agito in un certo modo. Per lo stesso motivo, quando il comportamento inusuale è messo in atto da qualcun altro, ci ritroviamo a fare delle attribuzioni di tipo “disposizionale”.

Questo significa che tendiamo, la maggior parte delle volte, ad attribuire le ragioni di un certo significato alle caratteristiche e alle disposizioni interne delle altre persone.

Così, se qualcuno sta urlando per strada, siamo più spinti a pensare che sia “un folle”, piuttosto che a credere che ci siano delle buone ragioni per cui si stia comportando in modo così poco consono. Al contrario, se dovessimo ritrovarci ad avere un'esplosione di rabbia che, allo stesso modo della persona sopra descritta, ci portasse ad urlare per strada incuranti degli altri, non penseremmo di certo di essere dei folli. Piuttosto, la colpa sarà legata ad una chiamata spiacevole, un ritardo in un pagamento, una brutta giornata. Quando si tratta di noi stessi ci sarà sempre una buona ragione che ci farà pensare che se abbiamo agito in un certo modo è perché qualcosa ci ha portati a farlo.

Il disimpegno morale: Bandura spiega come ci giustifichiamo

il concetto elaborato da Bandura spiega tutti quei meccanismi psicologici che la nostra mente utilizza per salvaguardare, seppure in parte, la nostra integrità e la nostra autostima anche quando i nostri errori sono evidenti. I meccanismi messi in atto sono differenti e tutti umanamente riconosciuti.

Il primo meccanismo è detto etichettamento eufemistico. Quando parliamo di etichettamento eufemistico ci stiamo riferendo ad un gioco fatto con il linguaggio. Per esempio: un insulto, una cattiveria detta, una denigrazione, appaiono meno aggressive ai nostri occhi se la giustificazione che ci diamo è “stavo semplicemente scherzando”. Assumere un tono goliardico fa da scudo alla nostra integrità, ma ferisce ugualmente chi riceve le nostre offese.

Il secondo è invece la diffusione della responsabilità. Si tratta di un meccanismo molto comune: “non è colpa mia, lo stavano facendo tutti”. Secondo la nostra macchina delle giustificazioni, dividere la responsabilità delle nostre azioni con qualcun altro, ci alleggerisce dal peso. Mal comune mezzo gaudio?

A seguito troviamo poi la distorsione delle conseguenze: secondo questo meccanismo, quando le conseguenze delle nostre azioni sono nascoste, non immediatamente tangibili o temporalmente lontane, sembrano avere meno effetti sul nostro senso di responsabilità. È molto grave poiché in questo senso, neanche noi siamo pienamente consapevoli dei danni delle nostre azioni.

Quello dell'attribuzione della colpa è invece un meccanismo che “rigira la frittata”. Attribuire la colpa alla vittima, che in qualche modo sembra averci portato a farle del male, distoglie il peso della nostra azione da noi stessi e lo attribuisce a chi invece ha, sfortunatamente, subito. Similmente troviamo poi la de-umanizzazione della vittima. È un processo che si riscontra spesso in gravi episodi come violenze sessuali o fisiche. Questo meccanismo funziona perfettamente nel caso in cui si giustifichi l'abuso sessuale ai danni di una prostituta con il fatto che sia una prostitua.

La giustificazione morale contro sé stessa

Troviamo poi quello che è conosciuto come confronto vantaggioso: semplicemente paragonare la propria azione condannabile con una ancora più grave, tentando quindi di sminuirne la gravità. In fine, la giustificazione morale pone dinnanzi all'azione stessa valori morali e ragioni etiche che hanno, per forza di cose, comportato un certo tipo di azione. Si imputa ai valori personali la causa dell'azione, come se essa prescindesse dal nostro libero arbitrio.

In sintesi, possiamo dire che è facile cadere nella trappola della giustificazione e anche se molto spesso questi meccanismi sono fondamentali alla sopravvivenza del nostro equilibrio psichico, altrettanto spesso sono dannosi per le relazioni interpersonali e per la nostra stessa persona. Imparare a fare un'analisi introspettiva delle proprie azioni, riconoscere gli errori e scusarsi, permette di salvaguardare i rapporti e, conoscere il funzionamento di questi meccanismi può essere d'aiuto per evitarli. #IlSuperuovo

Segui la nostra pagina Facebook!
Leggi tutto