Nella necropoli romana di Lugnano in Teverina in Umbria, è stato rinvenuto lo scheletro di un bambino (il sesso non è stato ancora accertato, potrebbe trattarsi anche di una bambina) deposto con una pietra nella bocca. Il sasso, secondo gli archeologi, sarebbe servito ad ancorare il corpo alla tomba e ad impedire che il defunto potesse ritornare dagli inferi portando con sé la malattia che lo aveva colpito.
La sepoltura è stata individuata all'interno di una villa romana datata al V sec. d.C. dove moltissimi bambini erano stati seppelliti in gran fretta, dopo aver sottoposto i corpicini a riti che scongiurassero il propagarsi della malattia.
Secondo gli storici non si tratterebbe di una vera e propria epidemia, ma di malaria che a metà del V secolo infestava la valle del Tevere. Le prove della diffusione di questa malattia in quell'epoca si trovano anche nello storico incontro tra Papa Leone I e Attila, Re degli Unni, il quale avrebbe rinunciato alla conquista di Roma anche per la presenza di una "pestilenza" nelle aree a nord della città.
Gli antropologi hanno effettivamente notato che nel cranio del bambino con la pietra in bocca ci sono segni di ascessi ai denti, tipici della parassitosi malarica, ma ritengono che sarà poi l'analisi dei resti ossei su tutti gli scheletri a dare maggiori indicazioni sulla diffusione della malaria e sui mezzi con cui si tentò di combatterla.
Riti crudeli per combattere la malattia
Le altre sepolture presenti nel sito hanno restituito scheletri di bambini di età inferiore a quello recentemente rinvenuto, alcuni erano stati collocati con le pietre tra le mani, mai finora era stato ritrovato uno scheletro con la pietra in bocca. Gli unici casi di inumazioni con pietre in bocca sono stati rinvenuti nel 2009 a Venezia, dove una donna fu sepolta nel XV secolo con un mattone in bocca e in Inghilterra nel 2017 quando fu scoperta la tomba di un uomo romano con una pietra nella bocca.
David Soren, l'archeologo responsabile dello scavo sostiene l'unicità della scoperta e aggiunge che in passato erano stati rinvenuti nello stesso luogo scheletri di cuccioli di cani, alcuni dei quali decapitati.
Secondo l'archeologo questi riti sui cani servivano a calmare le divinità dell'oltretomba e sono da mettere in relazioni agli scritti di Plinio il Vecchio. Quest'ultimo narrava che i fluidi dei cuccioli di cani dovevano essere utilizzati per curare alcune malattie tra cui l'ingrossamento della milza, caratteristico di chi è colpito da malaria.
Il bioarcheologo Jordan Wilson ritiene che si tratti di particolari credenze funerarie nate nel mondo romano e celebrate per bloccare il defunto nella tomba ed evitare che potesse tornare dall'oltretomba diffondendo la malattia ai vivi.