Edward De Bono (autorità internazionale sul pensiero creativo) dice che, per essere creativi, quando tutti sono d’accordo, almeno uno ha il dovere di alzare il dito e dire qualcosa di diverso. Ecco, io vorrei mettermi il cappello nero e dire qualcosa di diverso dal pensiero dominante sulla lotta all’evasione contributiva e fiscale.

Nel 2004 uno studioso dell’Università di Seul, durante un convegno sulla riforma della previdenza, mi chiese: perché il sistema economico italiano non esplode sotto il peso di un prelievo contributivo così alto? Risposi, si sono formate delle valvole di sfogo, l’evasione e l’elusione contributiva da una parte, l’evasione fiscale dall’altra.

Per  motivi professionali sono stato un sostenitore della lotta al lavoro nero, ma un giorno un ispettore mi obiettò, quando andiamo in una piccola azienda, i cui beni si vendono a basso costo nei mercatini, noi la uccidiamo e i lavoratori restano in mezzo alla strada.

In una economia povera molte aziende sono costrette a navigare sottacqua, se emergono muoiono come i pesci. L’evasione è un male endemico delle zone povere del Paese ove è percentualmente più alta, anche se le zone più ricche non ne sono immuni. L’accanimento terapeutico ha molte controindicazioni ed effetti collaterali, uccide invece di curare.

Per tali motivi  la lotta alla evasione contributiva e fiscale, se spinta oltre certi limiti, è nociva per l’economia.

Ha effetti recessivi e potrebbe far scoppiare il sistema, come paventava lo studioso coreano. Alla fine sarebbe la classe più debole a pagarne per prima le conseguenze, sia per un repentino aumento di alcune prestazioni, sia per il collasso dell’economia.

Si obietta che la lotta all’evasione potrebbe avere una ricaduta positiva sulla riduzione della pressione fiscale e un conseguente rilancio dell’economia. E’ un postulato che non trova riscontro nella realtà, tant’è che, a fronte un crescente gettito della lotta alla evasione, si è assiste ad un aumento delle aliquote contributive e a un innalzamento della pressione fiscale. Inoltre la forbice tra l’accertato e il riscosso permane molto ampia, segno che non basta accertare e irrorare sanzioni se poi il debitore è insolvente o viene dissanguato fino alla morte.