In Italia arrivare al traguardo della laurea costa sempre di più: solo nell’ultimo anno, le tasse universitarie sono cresciute mediamente del 7%. Il dato emerge dalla terza indagine annuale dell’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori, condotta prendendo in esame le rette annuali in riferimento ad alcune fasce di reddito standard e svolgendo i calcoli secondo modelli e formule indicati dagli atenei stessi.

Gli aumenti delle rete risultano pari ad un aggravio medio di 70,68 euro. E paradossalmente sono i redditi più bassi a subire i rincari maggiori: per la prima fascia, l’aumento è stato dell’11,3%, attestandosi invece al 10% per gli studenti che appartengono alla seconda fascia e al 2,8% per chi fa parte della terza.

I costi per la penultima e per l’ultima fascia, infine, sono aumentati rispettivamente dell’1,1% e del 5,5%.

L’esito della ricerca ha dimostrato che, come già rilevato nei due Rapporti precedenti, ad imporre tasse particolarmente salate sono le Università del Nord Italia: rispetto alla media nazionale, costano l’8,40% in più se si prende in esame la fascia più bassa e addirittura il 30,42% in più considerando gli importi massimi.

Da notare, inoltre, il corposo divario tra gli Atenei settentrionali e quelli meridionali: mediamente, questi ultimi richiedono spese inferiori del 16,7% per la prima fascia e del 44,3% per la fascia più alta. Il primato per la retta più cara va, ancora una volta, all’Università di Parma: per frequentarla, gli studenti devono pagare tasse annuali minime di 931,92 euro per le Facoltà umanistiche e di 1047,74 euro per quelle scientifiche.

Nell’analisi, infine, non si può non considerare la grave incidenza dell’evasione fiscale, poiché il calcolo delle tasse universitarie si basa sulla dichiarazione dei redditi. Questo fenomeno, unito alla diminuzione degli investimenti destinati alla pubblica istruzione, sta facendo crescere progressivamente il numero di studenti che rientrano nelle fasce più basse, provocando quindi una diminuzione delle risorse da distribuire: ad essere penalizzati, quindi, saranno coloro i quali hanno davvero bisogno di usufruire dell’istruzione pubblica senza spendere una fortuna.

Sono infatti numerose le famiglie monoreddito di lavoratori autonomi – dai gioiellieri ai ristoratori – che rientrano nella seconda fascia ISEE/ISEEU considerata (reddito fino a 10.000 Euro) e che quindi pagano contributi relativamente bassi.

“In questo modo il figlio di un operaio specializzato finisce per pagare imposte superiori a quelle che vengono richieste al figlio di un orafo o di un pellicciaio.” – dichiara Rosario Trefiletti, Presidente Federconsumatori.