La spinosa questione della chiusura dell’acciaieria ILVA di Taranto, pone al centro dell’attenzione e della preoccupazione dell’opinione pubblica, tre aspetti fondamentali della vita civile dei tarantini in primis, ma che interessa in realtà i cittadini di ogni Regione. Parliamo del diritto al lavoro, della tutela della salute e della salvaguardia dell’ambiente. Tre fattori distinti tra loro ma al contempo indissolubilmente legati.
L’ILVA è la prima industria siderurgica italiana, la seconda acciaieria per importanza e produzione d’ Europa. Da sola e con altre fabbriche dell’indotto contribuisce per oltre l’80% al PIL di Taranto e provincia.
Chiudere la fabbrica, fermando la produzione e mandando a casa 5000 lavoratori, più altri 10000 occupati nell’indotto, significherebbe l’ apocalisse economica di una città intera, della sua provincia, della sua regione. Ma allo stesso tempo tenere l’acciaieria così com’è ancora in funzione rappresenta il perseverare di un crimine contro la salute pubblica e una violenza nei confronti dell’ambiente circostante, questo poiché, è risaputo, l’ILVA inquina il territorio e attenta alla salute dei tarantini con le sue scorie, i suoi veleni. Ma ormai, in attesa del decreto d’urgenza previsto in
Consiglio dei Ministri nei prossimi giorni, si tratta di affrontare e risolvere le tre questioni - lavoro, salute, ambiente - senza trascurare e danneggiare alcuno dei tre aspetti menzionati.
Molto ruoterà intorno alla domanda che potrà sembrare banale e scontata, invece è soltanto cruciale: l’ILVA deve rimanere aperta o chiudere per sempre? Nel primo caso probabilmente si tratta di tenere aperte alternativamente le diverse linee di produzione dello stabilimento, nell’attesa che si attui un’ imponente programma di ammodernamento degli impianti contemporaneamente ad una massiva opera di bonifica dell’area e dei terreni circostanti. Con un’inevitabile “turn over” degli operai, che lavorerebbero con ritmi e tempi ridotti.
Qualora invece si decidesse di dismettere definitivamente l’acciaieria tarantina, occorrerebbero concrete e incisive misure di riconversione e ricollocamento lavorativo di migliaia di occupati.
Con molti interrogativi però? Come e dove impiegarli? Quali e quanti sussidi dare in attesa di trovar loro un nuovo lavoro? La patata bollente passa nelle mani di chi ha il dovere e la competenza, si spera, per assumere la decisione più giusta e responsabile. Taranto e i tarantini, e l’Italia tutta, non possono più continuare ad attendere. Non è più possibile fermare il tempo per il lavoro, la salute, l’ambiente.