Un mercato immenso e lanciato a grande velocità verso il capitalismo, la possibilità di poter sfruttare manodopera a basso costo ed alta resa tra produttività ed investimento. Questa è stata, fino a qualche anno fa, la Cina per gli imprenditori delle nazioni più industrializzate del mondo.

Ma le cose sono cambiate. La prova viene dal Guangodong, dove aziende di ogni tipo pulsavano frenetiche nelle loro molteplici diversificazioni e ora vi sono capannoni vuoti e in affitto.

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Piccole e medie aziende locali, ma anche grandi realtà industriali multinazionali, hanno dovuto chiudere i battenti.

La pacchia è durata circa 30 anni, da quando, pionieri del processo dell'industrializzazione impiantarono i primi stabilimenti.

Nei primi anni il desiderio di Pechino di industrializzare la zona, dedita a pesca ed agricoltura, permetteva di agire avendo carta bianca, producendo di tutto e guadagnando molto, collocando il prodotto sul mercato interno e mondiale ed acquisendo tecnologia, destinata ad arricchire il know-how interno.

Una zona poverissima era diventata una delle aree più ricche dell'intera nazione.

Ma le cose in Cina cambiano in modo repentino. Si è cominciato con le rivendicazioni salariali. Gli operai "più convenienti" del mondo hanno scoperto di guadagnare stipendi da fame. Il "germe" della protesta si è diffuso con l'arrivo di personale straniero, spesso convolato a nozze con donne cinesi che costituivano la quasi totalità del personale di aziende tessili e calzaturiere.

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Nuove regole per ridurre impatto ambientale e consumo energetico, accettate dagli investitori stranieri (già preparati ad affrontarle in patria) hanno costituito un serio ostacolo alla "micro-economia" per i settori caratteristici in mano alla imprenditoria locale.

Ma la vera e propria "mannaia" è stata rappresentata dall'abbattimento delle incentivazioni sulla esportazioni e l'unificazione della "corporate tax". che ha portato gli imprenditori a rivolgersi a mercati interni scarsamente ricettivi e remunerativi.

Dal 2008, infine, è arrivata una nuova legge sul lavoro che ha fissato dei minimi salariali e tetti orari per tutti i lavoratori.

Ed il sistema è imploso. Imprese che, per anni, hanno lavorato sulla quantità con margini ai limiti della sopravvivenza, ora non ce la fanno più e hanno perso quella competitività che le ha contraddistinte nell'ultimo ventennio.

Non è facile esprimere oggi un giudizio sull'opportunità per una azienda italiana di radicarsi sul territorio.

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E' in atto una sorta di seconda "Rivoluzione Industriale". Chiudono quelle industrie "export oriented". I vecchi opifici "labor intensive", le fabbriche "sporche" lasceranno il posto ad aziende specializzate in produzioni ad alto valore e meno inquinanti per l'ambiente, liberando risorse umane formate secondo una logica di alta produttività. Alla luce dello scenario che si va delineando, puntare su una produzione destinata al mercato interno, potrebbe rivelarsi una strategia vincente.

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Non va dimenticato, in ogni caso, che lo stipendio medio mensile di un operaio nel settore manifatturiero cinese è di almeno 5 volte inferiore alla media italiana. E che, se fino a qualche anno fa, non vi era disponibilità di suoli per edificare un opificio, nemmeno pagandolo a peso d'oro, oggi le aziende che se ne vanno lasciano in eredità terra, capannoni industriali, tecnici e manodopera specializzata di cui, prima, c'era desolante penuria.

Attenendosi a delle ferree logiche aziendali, si può ancora tentare.

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