Era atteso per ieri sera il giudizio di S&P sul debito italiano e le premesse non erano buone. Differentemente da Moody's che a febbraio aveva mantenuto stabile il suo giudizio sul debito italiano, l'altra importante agenzia di rating americana è stata di diverso avviso ed ha effettuato poche ore fa un ulteriore declassamento del rating date le deteriorate prospettive economiche del Bel Paese che non riesce a uscire dal tunnel della recessione nella quale è incappato nell'ormai lontano 2008.

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Altre cause del declassamento vanno ricercate senz'altro nella minaccia di deflazione che in un contesto come quello italiano, caratterizzato dall'altissimo debito pubblico (siamo al 135% sul pil) certamente aggrava la sua sostenibilità e dai dubbi sulla riforma del lavoro del governo Renzi, di cui si riconosce la novità, ma si teme al tempo stesso che i decreti attuativi della riforma possano essere depotenziati nei prossimi mesi a causa della crescente opposizione delle forze sociali e che almeno nel breve periodo la riforma non riuscirà a produrre posti di lavoro, allungando ancora i tempi della ripresa economica.

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Il guaio è che questo downgrade del debito italiano che lo porta da BBB a BBB- comporta il suo posizionamento ad appena un gradino sopra il livello junk, ossia il livello spazzatura, anche se c'è almeno il fattore positivo che passando l'outlook da negativo a stabile non è contemplato a breve un ulteriore declassamento del nostro debito.

La reazione di Renzi è stata di amarezza nel privato (come riportano alcune fonti) ma ufficialmente improntata alla necessità di mandare messaggi rassicuranti ad un Paese che in questi ultimi giorni sta affrontando anche il problema della corruzione istituzionale che si è abbattuta sul Comune di Roma.

Renzi ha precisato ai giornalisti che non bisogna guardare a questa decisione come ad una bocciatura, che anzi la strada delle riforme è ormai avviata, ma deve servire come ulteriore stimolo per accelerare il passo, tenendo conto che i risultati economici del Jobs Act saranno visibili nel medio termine.

Tutti gli analisti sono in attesa di capire se l'acquisto di titoli pubblici da parte della BCE partirà come da previsione nel I trimestre del prossimo anno, oppure come invece afferma una certa stampa tedesca, Draghi non ha più la maggioranza nel suo board direttivo e per questo motivo si sta cercando una composizione dei contrasti che richiede più tempo prima di avventurarsi in una operazione rischiosa come il QE, opinione espressa anche dal direttore di Bankitalia, Ignazio Visco, al convegno che oggi ha ricordato la scomparsa dell'economista Federico Caffè.

Ieri la borsa di Milano ha comunque festeggiato i dati sulla ripresa americana che sembra più forte che mai e un inatteso balzo degli ordini dell'industria tedesca, ed è cresciuta del 3,5% mentre lo spread col Bund è sceso sotto i 120 punti per la prima volta dall'estate del 2010 con i Btp decennali scesi sotto il 2% per la prima volta dalla nascita dell'euro.

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