Il prezzo del petrolio è crollato del 70% negli ultimi mesi. Dopo anni che è stato venduto a circa 120 dollari il barile, il greggio ha toccato il fondo, arrivando a costare circa 35 dollari il barile.

A prima vista, questo può sembrare un motivo di festa. Con un abbassamento del costo del petrolio, costa meno la benzina, i biglietti aerei, le spese di fabbricazione e trasporto di molti prodotti e servizi. Quel poco che si riesce a risparmiare al momento facendo il pieno alla macchina migliora i conti in tasca nell’immediato, ma rischia di passare una salata fattura a lungo andare.

Il precedente

Una situazione simile, ma al contrario, era accaduta nel 1974, quando i prezzi del petrolio sono arrivati alle stelle, passando da tre a 12 dollari il barile. I Paesi esportatori di petrolio (Venezuela Arabia Saudita, Iran), membri dell’Opec, sono diventati potenze economiche nel mondo, schiacciando i Paesi importatori (Stati Uniti, Europa), molto indeboliti da questa congiuntura.

Tendenza contraria

Oggi la situazione è inversa: i Paesi esportatori di petrolio stanno attraversando una crisi economica senza precedenti nella storia. I fantasmi dell’inflazione, debito pubblico, disoccupazione e recessione economica sono tornati per i Paesi che si alimentano di petrolio. Le spese dello Stato del Venezuela, Russia e Iran, per esempio, sono sostenute principalmente dal reddito petrolifero.

Con un barile venduto a poco, molti sussidi sono venuti a meno, provocando caos sociale in molti Paesi.

L’esempio del Venezuela

Il Venezuela, per citare l’esempio più drammatico, attraversa una profonda problematica di approvvigionamento di medicine e alimenti. Nel 205 l’inflazione è stata di 215%. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che arriverà al 720% nel 2016.

L’influenza regionale del progetto socialista del governo venezuelano, e le alleanze strategiche con altri Paesi come Cuba, è rimasta a secco.

L’effetto sulle Borse

Altri che non se la passano bene sono i mercati. Le Borse di tutto il mondo sono in tilt a causa del crollo del petrolio, tra gli altri fattori. Ovviamente, il settore più colpito è quello energetico.

Dalla Bp alla Chevron, le imprese multinazionali hanno dovuto tagliare i costi per riequilibrare i bilanci. Le perdite fino ad adesso si calcolano in circa 380 miliardi di dollari.

Paura per la crisi

Questo si traduce anche in molti licenziamenti e progetti bloccati. Negli ultimi mesi 35mila Americani hanno perso il posto di lavoro. Stati Uniti, Canada, Angola, Norvegia e Nigeria sono alcuni dei Paesi più preoccupati che la crisi petrolifera diventi una crisi economica.

Aria più inquinata

E, finalmente, anche l’aria che respiriamo subisce un duro colpo dalla caduta del prezzo del petrolio. Con il barile più economico, si abbassano i costi della benzina in molti Paesi. Non in Italia (e in Europa in generale), dove le tasse imposte sul carburante hanno mantenuto gli stessi prezzi. Con la benzina leggermente più economica l’uso dell’auto si diffonde, contaminando ancora di più l’ambiente.