Se provassimo a spiegare la Sharing economy a un over 80 troveremo delle difficoltà solo a fargli capire il nome. Mentre il concetto base sarebbe scontato per lui, un baratto.
In tempo di guerra si è sempre diviso tutto tra le famiglie dello stesso paese, non c'era un reale guadagno in denaro, chi dava un passaggio per la città riceveva in cambio degli indumenti usati per i figli più piccoli, chi dava una mano per i lavoretti di ristrutturazione della casa riceveva in cambio una parte del raccolto della campagna. Questa era la Sharing economy di ieri paragonata a quella attuale.
Naturalmente oggi è molto più semplice mettere in pratica questo tipo di economia, nell'era degli smartphone e delle app abbiamo la possibilità di condividere un viaggio da Milano a Roma dividendo le spese del carburante con la tanto sponsorizzata app "bla bla car", prenotare una cena a casa di sconosciuti con l'app "Gnammo" contribuendo con pochi euro, lo scambio di capi di abbigliamento usati iscrivendosi nei tanti gruppi presenti nei suoi social network oppure uno scambio equo di servizi tra due persone con diverse necessità, possiamo quindi definire tale movimentazione una versione avanzata del vecchio baratto, più veloce, più variegata e ovviamente più vasta.
Qualcuno potrà pensare se non sia pericoloso fare migliaia di chilometri con uno sconosciuto oppure andare a cena nella casa di persone mai viste, ma oggi come oggi la gente non si si spaventa davanti a queste novità che portano dei benefici economici non da poco, al contrario spaventa le aziende, perchè sono proprio loro a perdere ingenti ricavi da questo tipo di economia, i ristoranti che perdono clienti che scelgono il social eating, i negozi di abbigliamento che vendono meno articoli e i distributori di carburante che riforniscono meno autoveicoli, insomma, il concetto è molto chiaro e mentre istituzioni, università, opinionisti cercano di teorizzarla, regolarla o definirla, le persone la stanno già praticando senza nemmeno rendersene conto.