Gli ultimi dati comunicati dalla FCP (Federazione delle Concessionarie di Pubblicità) degli investimenti pubblicitari sulla carta stampata nel periodo gennaio-agosto 2017, comparato con quello dell'anno precedente, segnalano un calo complessivo del settore del 9,2%, con grande disappunto dei responsabili. Il dato si riferisce a tutte le periodicità; entriamo nel dettaglio dei tre principali settori (quotidiani, settimanali e mensili).

Quotidiani

Il calo maggiore risulta essere quello dei quotidiani, con -10,3%. Solo le "altre periodicità" segnano una perdita maggiore (-16,4%), ma sono un settore di nicchia. La perdita si riflette anche sul valore a spazio, calato in un anno del 4,8%. In parole povere (anche quelle), un venditore dell'editoria quotidiana, lavorando allo stesso ritmo del 2016 e praticando un extra sconto del 5%, ha fatturato il 10% in meno.

I vari settori confermano il trend generale:

  • la Commerciale nazionale ha perso il 13,7% di fatturato e l'11,2% per valore spazio;
  • la Commerciale locale ha perso il 6,0% di fatturato e il 2,7% per valore spazio;
  • la Legale ha perso l'11,9% di fatturato e il 12,3% per valore spazio;
  • la Finanziaria ha perso -16,4% di fatturato e -12,8% per valore spazio.

I settimanali

I settimanali sembrano reggere meglio l'urto della crisi, con una flessione del 5% del fatturato e del 3,5% per valore spazio.

Lo zoccolo duro resiste e la forte specializzazione di ogni testata crea un'alternativa di lettura più semplice rispetto alla complessità della ricerca nella vastità della Rete.

I mensili

La periodicità mensile sembra quella più penalizzata; un calo del fatturato dell'8,6% ed una diminuzione del valore spazio del 4,5% sembrano danni più grandi di fronte ad una pubblicazione di soli 12 numeri l'anno, soprattutto per i piccoli editori.

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Nel mondo

Il fenomeno della crisi dell'editoria non è solo italiano o continentale: riguarda ormai tutti, come ogni cosa in un mondo globalizzato. Alla fine dello scorso mese il "Wall Street Journal" ha annunciato la chiusura dell'edizione cartacea europea ed asiatica, preceduta e probabilmente seguita da altre testate.

Le vendite e le fusioni nei media servono a frenare l'emorragia economica degli editori, ma non quella dei lettori, degli investitori pubblicitari, dei giornalisti e della qualità del prodotto editoriale, con le direzioni spesso ormai più attente a captare un seno birichino o un video divertente piuttosto che impegnarsi a controllare l'autenticità delle loro fonti.

E la proposta dei big digitali di pubblicare sui loro siti gratuitamente per gli editori (a pagamento per i lettori) le loro news, sembra più l'ultimo commiato ad un vecchio parente più che una ciambella di salvataggio.

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