Nonostante si parli di ripresa economica è innegabile che il reddito effettivo degli italiani abbia subito negli ultimi dieci anni una contrazione media superiore al 7% , mentre il numero degli occupati solo quest'anno è tornato sui livelli del 2007. Gli anni immediatamente successivi alla crisi hanno visto una impressionante ricomposizione del mondo del lavoro, con una crescita dell'8% dell'occupazione a basso reddito ed un crollo del 12% di quella a medio reddito, a fronte della stabilità della quota a reddito più elevato. Il settore manifatturiero, dopo l'emorragia di mano d'opera, non è stato in grado di investire nel rinnovamento degli impianti ed ha scaricato sui salari il deficit di competitività internazionale, mentre il terziario ha potuto speculare sulla precarietà dell'impiego riassorbendo dal 2010 al 2016 , con una brusca impennata a partire dal 2014, oltre 600.000 degli 900.000 posti di lavoro persi con la recessione nell'industria e nelle costruzioni.

La diagnosi del Fondo Monetario Internazionale

La maggior parte degli aumenti di posti riguarda quindi lavori mal pagati, con basse competenze professionali e quindi instabili. Nonostante i ripetuti sgravi contributivi ed il Jobs Act, che hanno aumentato il numero complessiva di contratti, non si è arrestata la crescita del part time, raddoppiato in dieci anni. E la precarietà del lavoro e la conseguente debolezza contrattuale dell'offerta costituiscono la fonte principale del mancato aumento dei salari, un fenomeno presente in tutte le economie industrializzate come confermato dall'analisi dal Fondo Monetario Internazionale. In tali condizioni il margine di incremento dei salari, e quindi sia della domanda per consumi che dell'inflazione, appare praticamente nullo, a meno che, permettendo quindi alle imprese retribuzioni più elevate, non si incrementi sostanzialmente la produttività del lavoro, che in Italia ristagna da oltre 25 anni.

Produttività ed intervento pubblico

Ma ciò presuppone una grande ristrutturazione che inizi da fattori esterni al mondo aziendale, concentrata sulla burocrazia, sull'azione del Fisco, sulle infrastrutture, e poi sulla crescita dimensionale e sulla quotazione delle imprese, sulle innovazioni tecnologiche e sulle competenze professionali. Il pacchetto di incentivi e sgravi Industria 4.0 sta sicuramente stimolando il settore privato, mentre necessita ancora l'intervento diretto della mano pubblica, sia sul versante delle infrastrutture sia in particolare sulle azioni che possano provocare una ripresa dei consumi, anche se considerati i vincoli di bilancio stabiliti nel rispetto del percorso europeo, non appare percorribile la strada di una riduzione delle imposte dirette.

Una possibile soluzione è suggerita dall'econometria. Alcuni modelli dimostrano la possibilità di un effetto moltiplicativo degli shock derivanti da una spesa pubblica selettiva a supporto di un settore meno competitivo (ad esempio l'immobiliare, le comunicazioni, l'agricoltura), i cui soggetti diventano consci delle passività fiscali associate alla crescita del reddito, che benefici anche i consumi nei settori non implicati nell'intervento pubblico e quindi non consapevoli dell'aumento delle uscite future, con un conseguente incremento di tutto il consumo aggregato.