Il fiscal compact sta passando come una riduzione obbligatoria e certa di 50 miliardi l'anno per 20 anni imposta dalla UE in caso di violazione di certi parametri. È proprio così? Se per gli 80€ in busta paga promessi dall'attuale governo servono 10 miliardi a copertura, come si fa per 20 anni con una cifra tanto superiore? E da dove esce questa cifra?

Bisogna andare all'art. 4 del "Fiscal Compact" per capirlo. Un Paese che avesse un rapporto debito/PIL superiore al 60% dovrebbe ridurlo di una media di 1/20 ogni anno. Verso la metà del 2013 il debito pubblico italiano rispetto al PIL era del 120% e avrebbe dovuto essere dimezzato (da 120% a 60 %, è la metà) in 20 anni.

La metà del debito pubblico in quel frangente era circa 1.000 miliardi, e dividendo per 20, esce appunto 50. A parte l'enormità della cifra, lampante se confrontata con altri parametri di spesa, è proprio vero che si dovrà tagliare la spesa di 50 miliari l'anno per 2 decenni?

Il ricordato articolo 4 parla di ridurre il rapporto debito/PIL e non il solo debito. Un rapporto si compone di numeratore, debito, e denominatore, PIL. E in teoria può essere abbassato anche senza toccare il debito a patto che il denominatore, il PIL, aumenti adeguatamente. Il problema però è che il PIL non cresce, o cresce poco, mentre il debito purtroppo ha la tendenza a salire. Si tenga poi presente che il valore del PIL che entra nel rapporto non è il PIL reale, corretto della componente inflazionistica, ma proprio il PIL nominale, che dipende dai prezzi.

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Per cui se sale l'inflazione, pur in costanza di PIL reale, quello nominale invece sale.

Secondo alcune proiezioni la crescita del PIL nominale che ci consentirebbe di non tagliare la spesa pubblica sarebbe di circa il 2,5/3%. In mancanza di crescita del PIL reale non resterebbe quindi che sperare sul PIL nominale, ovvero sull'inflazione. Sarà un caso che il termine inflazione è recentemente entrato nelle notizie relative alle ipotesi di quantitative easing della BCE, con stime proprio sull'innalzamento dell'inflazione. Se negli anni che furono c'era la battaglia continua per farla abbassare, ora è il contrario, si cerca di portarla almeno al 2%. Corsi e ricorsi, insomma.

Posto che se la BCE si desse l'obbiettivo di innalzare l'inflazione, e qualcosa otterrebbe, unitamente al fatto che un minimo di ripresa ci potrebbe essere, non è per nulla escluso che l'incremento del PIL nominale possa consentire tagli di spesa ben inferiori ai noti 50 miliardi.

E in caso di sforamento, che succederebbe? Chi controlla è la Commissione Europea, che dovrebbe poi segnalare subordinatamente ad una serie di eccezioni, ad es.

i conti in ordine, il sistema pensionistico, etc.? Se proprio si sgarrasse, la segnalazione verrebbe inoltrata al Consiglio della UE, che prima di decidere definitivamente per una condanna segue un procedimento non breve e tortuoso, che in ipotesi non proprio remota, richiederebbe il voto favorevole anche di chi dovrebbe subire sanzioni.

In definitiva, quanto è possibile che arrivino sanzioni in caso di sforamento? Si consideri che in merito allo sforamento del 3% del deficit, la Commissione ha inoltrato un certo numero di segnalazioni, ma ad oggi pare che nessuno dei segnalati abbia mai subito una sanzione. Non si escluda però che comunque la UE una qualche forma di influenza reale la potrebbe esercitare.

Aumentare il PIL con vigorosa crescita economica, non avrebbe prezzo, per tutto il resto c'è l'inflazione? Ce lo diranno i fatti prossimi futuri.