Tutto il mondo conosce ormai il suo nome, ma di Aylan non abbiamo visto mai il volto. Non solo perché il bambino fuggito dalla Turchia aveva solo 3 anni, ma perché il piccolo Aylan ha perso la vita lo scorso 2 settembre durante il viaggio in mare con la sua famiglia.

Insieme al fratello Galip di 5 anni, morto anch'esso durante il naufragio, i genitori di Aylan hanno tentato di lasciare la Turchia per raggiungere l'isola greca di Kos. Non c'è stato nulla da fare però. Non mostreremo il volto di Aylan perché la sua storia merita di essere ricordata per quello che rappresenta, per tutti i bambini e i migranti che perdono la vita durante le lunghe tratte in mare.

Per tutti coloro costretti a sacrificarsi nella speranza di una vita migliore.

Abdullah Kurdi, padre di Aylan, ha pagato un caro prezzo: non i 4mila euro per permettersi di abbandonare la Turchia, ma moglie ed entrambi i figli. Ha perso tutti loro durante il naufragio.

Secondo le testimonianze, sull'imbarcazione c'erano circa 12 persone, un numero che probabilmente lo scafo non è stato in grado di sorreggere. Ma ci sono altre supposizioni sul perché l'imbarcazione si sia rivoltata in mare. I presenti sostengono infatti che alcune persone, preoccupate dalle mareggiate, si fossero alzate in piedi. A diversi giorni dalla sepoltura del piccolo Aylan, altri rivelano che lo scafista fosse il padre stesso. In realtà, durante le interviste Abdullah aveva già dichiarato di aver preso il timone, ma solo perché il capitano si era gettato in mare abbandonando lui e gli altri 11 dello scafo al proprio destino.

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A rivelare questo particolare è una delle donne presenti quella notte sullo scafo, Zainab Abbas, che ai microfoni della tv araba Eufrate racconta di aver perso due dei suoi tre figli in quel viaggio, tentando anche lei la sorte andando nel percorrere la rotta Turchia-Grecia. "Chi guidava la barca era ubriaco", ha raccontato ai microfoni.

Oggi Abdullah è tornato a Kobane, qui l'Isis non lascia pace al suo dolore. La foto d Aylan viene strumentalizzata dall'Isis come anatema per chi decide di fuggire. "È un grave peccato fuggire verso la terra degl'infedeli". Ma l'Europa rimane comunque una terra di flebile speranza per chi ha visto l'orrore di sacrificare qualsiasi cosa, come un figlio, pur di scappare dallo Stato Islamico.