Continua la spinta riformatrice nel delicato settore del welfare pensionistico. A parlare questa volta è Mauro Maré, presidente del Mefop (società che si occupa di sviluppare il mercato dei fondi pensionistici italiani).
Attraverso le dichiarazioni di Maré (secondo quanto riportato dall'Ansa) la compartecipata del Ministero dell'Economia e delle Finanze lancia un nuovo appello per dirigere l'attenzione delle istituzioni e dei media sul gap pensionistico presente in Italia. A far preoccupare è evidentemente la differenza tra l'ultimo stipendio e la rendita della pensione pubblica, un'area su cui è fondamentale intervenire anticipando il più possibile i versamenti.
La proposta del Mefop a cura di Mauro Maré
L'idea per sviluppare il mercato dei fondi pensione italiani consisterebbe nell'aprire un nuovo round nella pratica di destinazione del TFR al pilastro integrativo, con un meccanismo di silenzio - assenso che però funzioni in modo opposto a quanto fatto finora. Nella pratica, se il lavoratore non comunicherà entro scadenza certa la volontà di mantenere l'accantonamento TFR in azienda, il datore di lavoro sarà obbligato a destinare i nuovi versamenti presso il fondo integrativo di categoria.
Il rilancio della previdenza integrativa italiana
L'obiettivo di fondo consiste nel effettuare un nuovo rilancio della previdenza integrativa in Italia; si tratta di una preoccupazione motivata perché con il nuovo sistema di calcolo contributivo della mensilità pensionistica effettuato dall'Inps si rischia di ricevere una rendita molto al di sotto dell'ultimo stipendio.
È altresì vero che forme coercitive di adesione non sempre sono ben viste o accettate facilmente dai lavoratori, che potrebbero giudicare l'idea come un'interferenza nella libera scelta di utilizzo del TFR. Si tratta pur sempre di denaro accumulato dai dipendenti, che in molti vogliono ancora mantenere nella propria disponibilità diretta.
Purtroppo anche a causa della crisi, della compressione dei redditi e degli episodi sempre più frequenti di disoccupazione, la previdenza integrativa in Italia resta ferma al 27%, una cifra troppo bassa sia in rapporto alle future esigenze dei pensionati, sia in confronto a quanto fatto negli altri Paesi europei.