La polemica è lanciata sulle pagine del numero odierno di 'Repubblica' ma a livello social la discussione è particolarmente animata e burrascosa, già da alcune settimane. Ogni anno, con la normale ripresa delle attività di asili nidi e scuole materne, padri e madri devono rimanere in classe per almeno due ore al giorno e per almeno un paio di settimane, per evitare traumi psicologici ai propri bambini. 

Questa permanenza nelle aule scolastiche, naturalmente, provoca delle difficoltà di carattere lavorativo, in quanto specie nelle regioni del Nord, sia il padre che la madre lavorano e quindi nasce il problema di chiedere i permessi al proprio datore di lavoro.

Secondo i regolamenti comunali, infatti, l’inserimento, o ambientamento del bambino, deve avere una durata di almeno due settimane sia all’inizio dell’asilo nido che della scuola materna.



Se in teoria i genitori sono quasi tutti d'accordo sulla gradualità dell'inserimento, all'atto pratico, cominciano i malumori, specie se non hai qualcuno che possa svolgere questo ruolo all'interno delle aule per far si che il bambino non pianga e non senta la mancanza degli affetti.

C' è chi parla addirittura di 'bamboccioni', con i bambini che non si accontentano più delle due settimane ma che reclamano la presenza della mamma per più giorni, così che alla fine la parte della 'cattiva' spettava proprio a lei. 

La polemica è di quelle forti, specialmente se si tiene conto del fatto che all'estero le cose vanno in maniera diversa: negli Stati Uniti l’inserimento nell'asilo nido o nella scuola materna dura soltanto una settimana, mentre addirittura in Francia e in Gran Bretagna non viene neppure contemplata.

E allora, chi ha ragione? La prassi che viene usata qui da noi delle due settimane di inserimento oppure questa normativa andrebbe riveduta dal Ministero dell'Istruzione? Naturalmente i giudizi sono diversi, così come i bambini (fortunatamente) sono diversi tra loro: potete lasciare la vostra opinione sull'argomento, ogni commento sarà ben accetto.