Uno dei punti più importanti che dovrebbero entrare in questa specie di mini riforma previdenziale a cui sta pensando il Governo è quello delle ricongiunzioni. Il problema di riunificare i contributi versati in diverse casse previdenziali pagando un corrispettivo, non è certo cosa degli ultimi anni, nato com’è con l’ultimo Governo Berlusconi. La situazione è diventata poi più pesante con l’avvento della riforma Fornero che ha aumentato gli anni di contributi necessari per la pensione anticipata. Un problema marginale come sembrava essere questo delle ricongiunzioni, per molti lavoratori si è tramutato in un vincolo insormontabile o quasi nel momento in cui si poteva andare in pensione.
Come funzionano oggi le ricongiunzioni
Il problema riguarda soggetti che hanno lavorato con carriere discontinue, passando per esempio dal lavoro di dipendente pubblico a quello nel settore privato e magari diventando autonomo. Situazioni come questa prima descritta, non sono rare, anzi la crisi economica, le difficoltà del mondo del lavoro e i problemi delle aziende hanno amplificato il fenomeno. Gente costretta a diventare nomade dal punto di vista lavorativo fino all’inventarsi un lavoro pur di portare soldi a casa. In casi del genere, al lavoratore che magari ha accumulato come versamenti totali i 42 anni e 10 mesi che la Fornero ha reso come requisito contributivo necessario, per colpa dell’onerosità dell’operazione di ricongiunzione, non può andare in pensione.
Questo perché spesso riunificare nella cassa previdenziale che deve erogare la pensione, come può essere l’INPS, versamenti di altre casse previdenziali come quelle degli artigiani o dell’INPDAD, significa dover pagare cifre esorbitanti.
Esempio di carriera discontinua e pensione
Prendiamo ad esempio una donna di 56 anni con 20 anni di contributi in fabbrica (dal 1980 a tutto il 1999) e con stipendio salito dagli iniziali 200mila lire al milione e mezzo, che poi diventa insegnante a 1.800 euro (a partire dall’anno 2000). La lavoratrice ha diverse vie da prendere e possiamo dire che non se ne salva una. La prima è quella di aspettare il 2026 per percepire entrambe le pensioni maturate con i 20 anni versati sia all’INPS che all’INPDAD e con l’età minima di 66 anni e 7 mesi.
In questo caso la pensione globale sfiorerebbe i 900 euro. Poi c’è la via della ricongiunzione, con la quale potrebbe uscire subito (2017) con opzione donna la cui pensione sarebbe di 700 euro circa o nel 2022 con 42 anni e 10 mesi e pensione da 1.200 euro circa. In questo caso però riscattare gli oltre 22 anni di contributi INPAD per riunirli all’INPS costerebbe 50mila euro. L’ultima via è la totalizzazione, che abbuona i 50mila euro necessari, ma riduce la pensione a poco più di 500 euro al mese.
La ricongiunzione dal 2017
Se tutto quello di cui si parla in questi giorni diventerà realtà, cioè se le ricongiunzioni con la Legge di Stabilità 2017 diventeranno gratuite, la situazione non può che migliorare.
La donna dell’esempio precedente potrebbe riunificare in maniera gratuita i contributi all’INPS accettando però che la pensione sia pagata pro quota, cioè da ogni cassa previdenziale in base ai versamenti. La pensione tornerebbe a 1.200 euro circa (anche se bisogna valutare retribuzione e contribuzione versata in ciascuna cassa previdenziale) e non bisognerà indebitarsi per pagare le ricongiunzioni o accettare riduzioni di assegno anche del 50%. Inoltre verrebbe eliminato il fenomeno dei contributi silenti, contributi che spesso i lavoratori non richiamano per non pagare le ricongiunzioni, contributi che nonostante siano stati pagati dai lavoratori restano inutilizzati per la natura per i quali sono stati creati, la pensione.