Continuano a susseguirsi e rincorrersi numerose indiscrezioni su quella che qualcuno già definisce controriforma previdenziale. Con il nuovo Esecutivo già insediato ed operativo, il lavoro sulle misure previdenziali che serviranno a riformare il sistema retto sulla Legge Fornero, continua incessante. Tante le ipotesi sia sulla quota 100 che sulla quota 41 che sono le due misure sulle quali sembra maggiormente impegnato l'Esecutivo. Le esiguità delle risorse disponibili, la sostenibilità delle novità da parte del sistema e probabilmente anche i diktat europei, lasciano pensare che le due misure nasceranno con diversi vincoli e paletti.

Una importante ed esaustiva analisi riportata dal quotidiano “Il Corriere della Sera” mette in luce le ultime ipotesi su come stia nascendo questa probabile rivoluzione previdenziale.

I figurativi non sono tutti uguali

Ancora devono partire le due misure e già emerge il solito problema delle coperture finanziarie. Per Lega e Movimento 5 Stelle l'operazione costerebbe 5 miliardi di euro , mentre l’Inps ed i ragionieri dello Stato sostengono che saranno necessari almeno 15 miliardi. Ed è così che nell’ottica di ridurre la portata delle misure in quanto a soldi da spendere, le stesse cominciano ad apparecchiarsi con paletti e vincoli. Un primo taglio alla platea di aventi diritto sia per quota 100 che per quota 41 potrebbe sopraggiungere dalla cosiddetta stretta sui contributi figurativi.

Si tratta della contribuzione spettante ai lavoratori quando si trovano per diversi motivi ad essere senza lavoro. I più noti sono il servizio miliare e la maternità, ma nei contributi figurativi rientrano anche i periodi coperti dagli ammortizzatori sociali o dalle malattie. Con quota 100 si potrebbe andare in pensione con almeno 64 anni di età e con 36 di contributi versati, o in alternativa, con 65 o 66 anni di età e rispettivamente con 35 o 34 anni di versamenti contributivi. Con quota 41 invece si lascerebbe il lavoro dopo 41 anni di servizio indipendentemente dall’età raggiunta. I contributi figurativi utili a raggiungere questi anni di lavoro necessari per entrambe le misure, dovrebbero essere solo due.

Questo però, come riporta il Corriere, ad esclusione dei contributi per servizio militare e di maternità che verrebbero sempre e comunque riconosciuti.

I precoci

Quota 41 è una misura che il nostro ordinamento già prevede anche se quella su cui sta lavorando il nuovo Governo Conte è nettamente diversa dall’attuale. Quota 41 oggi è misura destinata ai cosiddetti precoci, quelli che oltre ad accumulare 41 anni di contribuzione, ne hanno almeno uno prima del diciannovesimo anno di età. Oltre a questo, il precoce deve risultare anche in condizione di disagio lavorativo (i lavori gravosi), di salute (invalidi), di famiglia (caregivers) o disoccupato. La quota 41 ipotizzata da Di Maio e Salvini invece sarebbe appannaggio di tutti, diventando la nuova pensione di anzianità che tanto per intenderci, oggi si chiama pensione anticipata e si centra con 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne (per tutti dal 2019, 5 mesi in più salvo riforma).

Detto che i contributi figurativi seguirebbero anche per quota 41 le regole citate nel paragrafo precedente, quindi con i soli due anni utili al calcolo dei 41, le ultime voci mostrano alcune novità importanti. Sempre dalle pagine del Corriere, il connubio quota 41 e precoci, anche se la misura se mai dovesse entrare in vigore sarebbe aperta a chiunque, resta vivo. Infatti potrebbe essere previsto un vantaggio per quanti hanno iniziato a lavorare da giovani. Un surplus di valore ai contributi versati prima dei 19 anni di età, che verrebbero conteggiati 1,25 volte. In pratica 4 anni di lavoro dai 15 ai 19 anni potrebbero valerne 5. A indiscrezioni positive però se ne contrappongono altre negative perché sembra in cantiere il collegamento di quota 41 all’aspettativa di vita che renderebbe necessario racimolare 41 anni e 5 mesi di contributi per sfruttare la misura.