La riforma delle pensioni su cui sta lavorando il nuovo Governo Lega-M5S, in base alle indiscrezioni, rischia di creare discriminazioni tra lavoratori ed anche tra aree geografiche del paese. Su quest’ultimo aspetto è eloquente un articolo recente del quotidiano “Il Mattino” di Napoli che ha prodotto un'analisi in base a come sembra stiano nascendo quota 100 e quota 41, le due misure che andrebbero a riformare l’attuale sistema previdenziale basato sulla Legge Fornero. Il quotidiano parla di vantaggi per lavoratori definiti “forti” e svantaggi per donne e lavoratori negli anni alle prese con gli ammortizzatori sociali.
Da quanto trapela, infatti, rispetto a quanto promesso in campagna elettorale da parte dei due schieramenti politici e da quanto inserito nel contratto di Governo dell’Esecutivo Conte, le due misure rischiano di nascere nel segno del risparmio di spesa pubblica, nello specifico, nel segno di un netto taglio alla platea di possibili aventi diritto alle due forme di pensione anticipata.
Le novità sulle due misure
Come dicevamo, Governo al lavoro su quota 100 e quota 41 anni misure volte a cancellare, smontare o superare la Legge Fornero come più volte ribadito dai vari esponenti delle forze politiche che hanno formato l’Esecutivo Conte. Quota 100 nell’indirizzo della flessibilità in uscita che tanto manca al sistema, mentre quota 41 per ritornare più o meno alle vecchie pensioni di anzianità che la Fornero cancellò per introdurre le pensioni anticipate.
Quota 100 sarebbe la pensione concessa quando contributi ed età, sommati, raggiungono la soglia di 100. Inizialmente sembrava una misura a largo interesse, cioè aperta a tutti i lavoratori a partire dai 60 anni di età. Più tempo passa e più prende corpo l’idea di rendere la misura appannaggio solo di chi abbia almeno 64 anni di età. Una evidente riduzione di possibili fruitori di quota 100 che lascerebbe sul campo solo 3 combinazioni che garantirebbero di lasciare il lavoro in anticipo rispetto ai 67 anni di età che è la nuova soglia di età pensionabile per la pensione di vecchiaia dal 2019. Resterebbero buone 64 anni e 36 di contributi, 65 e 35 o 66 e 34. Per gli stessi motivi, anche quota 41 non sembra esente da interventi low-cost.
In questo caso entrano in scena i contributi figurativi, quelli accreditati per periodi in cui il lavoratore è costretto a interrompere l’attività a causa di diversi motivi quali la gravidanza, la malattia, o la perdita del lavoro e quindi la disoccupazione. Il sito InformazioneFiscale.it, conferma come l’idea che accompagna quota 41 è quella di ridurre a solo due anni il periodo coperto da contribuzione figurativa utile a raggiungere i 41 necessari.
Chi verrebbe penalizzato
Se le misure venissero davvero avviate e se le indiscrezioni confermate, molti lavoratori verrebbero penalizzati e quindi esclusi da queste novità. In primo luogo i lavoratori che durante la carriera lavorativa hanno più volte fatto ricorso agli ammortizzatori sociali come le disoccupazioni indennizzate Inps, le casse integrazioni e così via.
Stagionali, edili, agricoli e tutti gli altri lavoratori che per questioni climatiche, di tipologia di lavoro e di precariato, non possono vantare carriere lavorative lunghe e ininterrotte. Il giornale campano sottolinea come a trarre vantaggio da queste novità sarebbero i lavoratori maschi del Nord Italia che statisticamente presentano storie lavorative più stabili, oppure i lavoratori del Pubblico Impiego. Sempre in tema di lavoratori disagiati, per favorire le due nuove misure sembra prendere piede la cancellazione di Ape sociale e quota 41 per precoci che sono le novità previdenziali più importanti dell’ultimo biennio. Dal momento che si trattava di misure a vantaggio di disoccupati, invalidi, caregivers e lavoratori impegnati in attività gravose, anche in questo caso i penalizzati sarebbero gli stessi, lavoratori “deboli” di cui trattavamo in precedenza.