L'avvio dei pensionamenti anticipati tramite quota 100 e delle altre misure di flessibilità previste in legge di bilancio 2019 sta accendendo un'ampia discussione sui costi del nostro sistema previdenziale, dopo che i tecnici dell'Unione Europea hanno messo in dubbio la capacità del nostro Paese di sostenere il peso del debito pubblico. Ma la vicenda sembra aver riaperto anche le discussioni interne in merito alle discrasie del comparto dovute a criteri di quiescenza troppo leggeri o lascivi applicati in passato, quando per alcuni è stato possibile ottenere il pensionamento con poco meno di 15 anni di contribuzione e ad un'età inferiore ai 40 anni (con picchi in alcuni casi addirittura verso i 30 anni di età).

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Si tratta del caso delle ormai note baby Pensioni, che avrebbero un peso complessivo sulla collettività superiore a quello richiesto dalla nuova quota 100.

Pensioni anticipate e baby assegni: conto salato per i lavoratori attuali

Destano perplessità al giorno d'oggi i criteri di pensionamento appena evidenziati per le cosiddette baby quiescenze. Basti pensare che ad un lavoratore di oggi che desidera uscire con la pensione di anzianità servono quasi tre volte i contributi necessari per ottenere la quiescenza anticipata con la quota 100 (38 anni di versamenti contro i 14 anni e mezzo richiesti con la soluzione di flessibilità proposta nel 1973).

Certo si trattava di tempi diversi, ma resta comunque il fatto che l'opzione super agevolata è rimasta in corso di validità per quasi un ventennio, essendo stata, di fatto, eliminata solo nel 1992.

Il prezzo da pagare per le generazioni attuali e future

Stante la situazione appena descritta, appare quindi chiaro che i problemi e la rigidità presenti nel nostro sistema previdenziale hanno molto a che spartire con l'attuale mondo del lavoro, ma afferiscono in modo altrettanto deciso anche ad alcune scelte perlomeno discutibili risalenti ad un passato ormai lontano.

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Infatti, grazie alle baby pensioni ci sono oggi persone che hanno già incassato tre volte i contributi versati (per alcuni si parla addirittura di 45 anni di assegni ricevuti dall'Inps e rivalutati nel corso del tempo). Emolumenti che costano complessivamente alle casse pubbliche tra i 7 e gli 8 miliardi di euro, quando il costo stimato per la quota 100 si ferma a 6 miliardi e mezzo. Un chiaro esempio di come le scelte compiute nel passato possono riverberarsi sulle generazioni a venire, nel caso in cui non tengano adeguatamente conto della propria sostenibilità nel corso del tempo.

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