Negli ultimi tempi si parla tanto di Pensioni per via delle novità che il governo ha introdotto in materia previdenziale. Gli aggiornamenti delle ultime ore sul tema pensioni riguardano il decreto che adesso è all’esame in aula a Palazzo Madama e l’incontro che i sindacati hanno avuto ieri al Ministero del Lavoro con il sottosegretario Durigon. La più importante novità che è quota 100 sta ultimando l’iter che dopo il Senato prevede un'altra ondata di emendamenti alla Camera. Intanto le domande già presentante all’Inps sono abbondantemente sopra le 60.000.

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Sulla misura, come confermato anche ieri al summit con le nuove richieste da parte dei sindacati, il nodo resta sempre il paletto dei 38 anni di contributi. Questo è il limite alla misura che a detta di molti addetti ai lavori taglia fuori molti lavoratori privi dei necessari anni di lavoro che permetterebbero di anticipare la quiescenza. Il sistema pensionistico però permette alcune vie di uscita anche senza un numero elevato di contributi. Molti i quesiti che arrivano agli esperti o ai patronati che riguardano proprio le vie di accesso alle pensioni con 32 o meno anni di contributi. Vediamo in sintesi cosa offre il sistema per chi ha avuto carriere di lavoro contraddistinte dal limite della discontinuità.

L’Ape sociale ma solo a specifici soggetti

La pensione anticipata è la misura che si centra solo raggiungendo una determinata soglia di contributi versati a prescindere dall’età. Necessari però 42 anni e 10 mesi di versamenti previdenziali per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Nel novero delle misure per le quali è necessario avere un numero di anni di lavoro coperto da contribuzione piuttosto rilevante, rientra come dicevamo la quota 100, ma anche opzione donna. La cosiddetta pensione contributiva per le lavoratrici infatti necessita di 35 anni di contributi.

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La prima misura che viene in mente per chi non ha molti anni di contribuzione è la pensione di vecchiaia che permette l’uscita dal lavoro con solo 20 anni di contributi, ma solo se si raggiunge l’età pensionabile che dal 1° gennaio è salita a 67 anni per tutti, senza distinzione di genere. Con meno anni di versamenti esistono diverse deroghe, come l’opzione Dini o le deroghe Amato, ma sono misure piene di vincoli e paletti che restano difficilmente centrabili. Una misura che permette l’uscita con 30 anni di contributi versati è quella che il governo ha deciso di prorogare a tutto il 2019, cioè l’Ape sociale.

Si tratta però di una misura che i tecnici collocano a metà tra il previdenziale e l’assistenziale. Infatti si potrà uscire dal lavoro se entro al fine del 2019, oltre al vincolo contributivo, si centrano anche 63 anni di età. Bisogna però essere disoccupati che da 3 o più mesi hanno terminato di percepire la Naspi o un altro ammortizzatore sociale. In alternativa, bisogna essere invalidi con almeno il 74% di invalidità certificata dalle commissioni competenti delle Asl. Tra i possibili beneficiari dell’Ape sociale anche i cosiddetti caregivers, coloro che da almeno 6 mesi assistono coniuge o familiari di primo grado che hanno disabilità sempre con almeno il 74%.

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Un'altra categoria di soggetti a cui è destinata l’Ape social è quella dei lavori gravosi, ma in questo caso di periodi coperti dai versamenti Inps ce ne vogliono 36.

Il prestito bancario

Senza limiti di categorie specifiche e senza i 30 anni di contributi, il nostro ordinamento prevede sempre l’altra versione di Ape, quella volontaria. In questo caso la misura è aperta a tutti i lavoratori con 63 anni di età e 20 anni di contributi. L’Ape sociale è comunemente detta Ape agevolato o Anticipo pensionistico a carico dello Stato perché la versione volontaria risulta invece a carico dei lavoratori. La misura prevede l’erogazione dell’assegno mensile sempre tramite l’Inps, senza tredicesima e senza possibilità di trasferirla al coniuge o altri eredi tramite l’istituto della reversibilità, ma finanziata di fatto da una banca. Infatti l’assegno è un vero e proprio prestito bancario che accompagnerà il lavoratore fino al raggiungimento della sua normale pensione di vecchiaia, cioè a 67 anni. Al termine dell’anticipo e quindi del prestito, i soldi percepiti andranno restituiti alla banca che li ha prestati, con interessi e spese assicurative tipiche di un finanziamento. La restituzione sarà a rate mensili sulla pensione futura e per questo motivo che la misura è utilizzabile se l’importo della pensione erogata con l’Ape sia pari ad almeno 1,4 volte il trattamento minimo al netto della rata da restituire.