La quota 100 continua a restare protagonista della discussione riguardante la flessibilità previdenziale. Nel bene e nel male l'opzione sembra aver convogliato l'attenzione di numerosi esperti del settore, oltre che dei lavoratori potenzialmente coinvolti e delle parti sociali. Dopo la conferma della misura all'interno della legge di bilancio 2020 il principale nodo del contendere ora riguarda quale sarà il destino dei lavoratori quando la sperimentazione terminerà ufficialmente.

Pensioni anticipate, si discute attorno all'ipotesi della quota 102

La data ufficiale che porrà termine alla sperimentazione (salvo ripensamenti e interventi del legislatore prima del termine) è fissata al 31 dicembre 2021. Senza nuovi interventi a partire dal 2022 si verificherà quindi un nuovo scalone, che per alcuni potrebbe arrivare a toccare i 5 anni. Basti pensare che al fine di maturare la pensione di vecchiaia già oggi risultano necessari almeno 67 anni di età e 20 anni di versamenti, mentre per l'uscita anticipata della legge Fornero servono almeno 42 anni e 10 mesi di versamenti (un anno in meno per le donne). Difficile quindi che il legislatore possa lasciare semplicemente scadere la quota 100 senza ulteriori interventi correttivi rispetto al quadro normativo.

In questo contesto si inserisce la proposta del Presidente di Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla. All'interno di un recente editoriale pubblicato sul Corriere della Sera l'economista suggerisce di avviare una quota 102 caratterizzata dal ricalcolo contributivo puro, fissando i criteri di accesso a partire dai 64 anni di età e con almeno 38 anni di versamenti.

In questo modo, lo scalone si trasformerebbe in uno scalino più accettabile dai lavoratori, mentre sarebbe salvaguardata anche la sostenibilità del comparto previdenziale nel lungo termine.

La possibile penalizzazione dell'assegno e le controproposte sul tavolo

La principale conseguenza della quota 102 per i lavoratori sarebbe quindi la necessità di sopportare una penalizzazione di circa il 15%, che nei casi più rilevanti potrebbe arrivare a toccare anche il 20% del futuro assegno.

Un freno che nei fatti rischia ancora una volta di tenere lontano dalla flessibilità molti potenziali lavoratori. Non è quindi un mistero che ai sindacati l'ipotesi non piaccia, stante che la piattaforma unitaria ha già chiesto all'esecutivo di avviare una vera flessibilità per tutti a partire dai 64 anni e senza l'applicazione di ulteriori vincoli. Dal Presidente dell'Inps era invece arrivata negli scorsi giorni l'ipotesi di rendere flessibile l'accesso alla pensione in base alla gravosità del lavoro, senza l'applicazione di ulteriori penalizzazioni. Anche in questo caso l'opzione sarebbe certamente ben voluta dai soggetti potenzialmente interessati, ma se fosse applicata senza ulteriori provvedimenti avrebbe il limite di applicare la flessibilità in uscita dal lavoro solo ad una parte della platea dei contribuenti. Per capire in che modo evolverà la situazione sarà quindi necessario attendere l'esito dei prossimi confronti tra governo e sindacati.