È inutile girarci tanto intorno. La grande abbuffata, proposta tra il Cardo ed il Decumano, ha un costo superiore alla media. L'insostenibile pesantezza del food and beverage colpisce il visitatore che ha in cura il portafoglio. Business is business. Dopo l'attesa inaugurazione, l'Expo suscita attenzione ed alza i prezzi a cascata dalla sua creazione. Come qualunque prodotto nel canale lungo del diritto privato, dal produttore al consumatore.

Se i terreni su cui è nato valevano 25 milioni di euro e sono stati acquistati per 160, cosa volete che siano 10 euro per una pizza Margherita al padiglione Italia?

La tendenza italiana

Ai recenti Internazionali di tennis al Foro Italico, durante l'incontro da tutto esaurito Fognini-Berdych, una bottiglietta di tè freddo costava non meno di 4 euro. Ed il prezzo si sarà certamente innalzato, come il tenore dello spettacolo, durante la finale Djokovic-Federer.

Se sei disposto a sborsare centinaia di euro per un biglietto la pillola si ingoia meglio con un sorso di tè (mezzo) freddo. Ma basta transitare allo shop di attrazioni turistiche, dall'Acquario di Genova alla Piazza dei Miracoli di Pisa, per non sorprendersi dell'aggravio dei prezzi sui prodotti esposti (e pure venduti), con la semplice aggiunta di una pinna o di una pendenza.

Piuttosto stupiamoci che nell'ingresso non sia compresa una degustazione, un antipasto per il palato dei visitatori e del consenso che l'iniziativa avrebbe raccolto.

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Non sarà certo uno scontrino di 115 euro emesso nel padiglione giapponese a fermare l'orda dei milioni di biglietti venduti (oltre 11 a metà maggio); in realtà un piatto di menù su prenotazione, come quello, può costare ben più caro. Ne sa qualcosa Totò Schillaci, l'eroe delle notti magiche, che riferiva di costi esorbitanti per il piacere di mangiare una bistecca in un ristorante di Tokyo, una volta trasferitosi a fine carriera.

L'Expo magari non sarà solo cibo di qualità, o qualità a basso prezzo, ma non è nemmeno la Festa dell'Unità. E Renzi sarà stato il primo ad essersene accorto con lo stanziamento per il camouflage, il francesismo da oltre un milione di euro dell'ultimo bando di Expo Spa a copertura dei lavori incompiuti.

Cogito ergo mangio

Al padiglione spagnolo il pregiato jamon viene servito a 400 euro al chilo come riportato dal servizio di La7 'Mangiare a Expo è roba da ricchi': basta preferire il dolce al salato e lasciarlo nel piatto di alta cucina in cui viene considerato.

Al padiglione tedesco una cotoletta di vitello a 22,50 euro fa il paio con il caffè a 2,50 euro.

Leggendo i listini si comprende di che morte gastronomica morire, a seconda del plafond di tasca propria. Semplicemente stanziando un budget ed usando la media diligenza, effettivamente ormai degradata ad optional, si possono evitare persino i baracchini del Food and fruit district, posizionati dietro ai padiglioni ma non secondi come prezzi da pagare, tanto da schivare anche l'americanata con un hamburger, una fetta di torta di mele ed una birra ad oltre 20 euro.

Una Margherita a Napoli costerà pure 5 euro ma c'è da scommettere che l'ammontare sarebbe lievitato come l'impasto se l'Expo si fosse tenuto in Campania.

Se non resistete alla tentazione di stare a casa andate a fare i moralisti da un'altra parte. E se proprio non ci state dentro portatevi una bottiglietta d'acqua che la riempirete, a costo zero, alle fontanelle dell'Expo (come a quelle del Foro Italico). Tanto, la fila, la fareste pure al bar.

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