L'articolo 3 della Costituzione italiana afferma che: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

L'articolo non dice però che se alle elezioni politiche un individuo ottiene 10 o 12 milioni di voti quest'articolo decade. È curioso vedere come i notabili e i dirigenti del Popolo delle Libertà difendano a spada tratta Silvio Berlusconi dopo la conferma integrale della sentenza di primo grado al processo Mediaset da parte della Corte d'Appello di Milano: 4 anni di reclusione per frode fiscale e 5 d'interdizione dai pubblici uffici.

Tutti si indignano, si strappano le vesti urlando al complotto della magistratura e Renato Schifani, presidente dei senatori del PDL ed ex presidente del Senato della Repubblica, parla di "persecuzione giudiziaria" nei confronti del Cavaliere, "leader politico che ha il consenso di 10 milioni di elettori".

Se la giustizia funzionasse in questo modo, probabilmente con un milione di voti potremmo rapinare una banca senza andare in carcere. Davanti al giudice infatti potremmo sempre giustificarci dicendo che è un attacco alla democrazia arrestarci perché un milione di persone ci ha votato.

Tutto questo è paradossale, se Silvio Berlusconi è colpevole e per i giudici di Milano lo è, allora la giustizia deve fare il suo corso. Perché la rettitudine di una Nazione si vede proprio in questi momenti quando, cioè, ha la capacità di affermare i propri principi costituenti nei confronti di tutti e non tutti meno Caio, Tizio o Sempronio.