Il 2 novembre 2013 la squadra nazionale italiana femminile di tennis, a Cagliari, ha fatto un passo quasi determinante per la conquista della quarta Confederation Cup in otto anni di partecipazione. E' indubbiamente un motivo di orgoglio e di prestigio a livello internazionale, trattandosi della più importante competizione per squadre nazionali in questo ambito, l'equivalente della mitica Coppa Davis in campo maschile.
Quello che voglio rimarcare non è tanto il fatto che, alla fine della prima giornata di incontri, il risultato sia di due vittorie a zero a nostro favore nei confronti della rappresentativa dell'URSS (di per sè per nulla sorprendente, considerato che la nostra rappresentativa, grazie anche alle defezioni eccellenti nella squadra avversaria in questa finale di Cagliari, vedi Sharapova e non solo, partiva con i favori del pronostico) bensì il modo nel quale tale risultato è maturato.
Roberta Vinci, numero 13 del Ranking Internazionale, designata dal sorteggio ad aprire le ostilità contro Alexandra Panova, numero 136, pertanto sfavorita e senza alcunchè da perdere, costretta a vincere a tutti i costi di fronte all'attenzione di tutto un paese, ha dovuto fronteggiare e superare scogli tutt'altro che semplici e tipici degli sport di squadra, più che di quelli individuali, dove giochi solo per te stessa.
Negli sport di squadra, oltre che per te, devi giocare per le tue compagne, per il tuo paese, sopportare la pressione delle aspettative di milioni di persone che da te si attendono solo una vittoria. Entri sul terreno di gioco in preda ad emozione, tensione, preoccupazione di deludere e ti senti schiacciata da un peso enorme.
Ebbene, Roberta Vinci ha dovuto fronteggiare tutto questo e sconfiggere, prima ancora un'avversaria non trascendentale, ma libera di giocare e di esprimere il suo miglior tennis senza condizionamenti. Era tale la pressione, che, ancora prima di entrare in campo, si è ritrovata attanagliata da un fastidioso e doloroso "torcicollo" e man mano che i minuti scorrevano inesorabili, la partita le sfuggiva sempre più di mano, tra la delusione degli spettatori e dei milioni di telespettatori, che con tanta fiducia si erano seduti davanti agli schermi televisivi. Ecco, Roberta Vinci è riuscita a venire a capo di questa tutt'altro che invidiabile situazione, a vincere un match, che pareva a più riprese essere irrimediabilmente perduto.
Ha dato semplicemente una prova di che cosa sia la pratica sportiva vera, genuina: forza fisica, costanza, resistenza, saldezza psichica, stoicità, coraggio e tanto altro ancora... E questo è quello che la gente vuole e ama dello sport e che rende lo sport una impareggiabile arena, che sa sempre suscitare emozione ed entusiasmo oltre che temprare chi ne è protagonista.