Tutti i giornali, nei giorni scorsi, hanno parlato dello sciopero proclamato dalla Polizia militare nello Stato di Bahia in Brasile, e dell'Esercito mandato a pattugliare le strade della capitale Salvador, per evitare che il caos prendesse il sopravvento. In molti temevano che le Forze armate - tacciate di avere il grilletto facile - commettessero qualche danno irreparabile, per fortuna non verificatosi.

In ogni caso, nemmeno le divise grigio-verdi hanno potuto evitare che varie attività commerciali fossero saccheggiate da bande di disperati, o presunti tali.

In queste ore le Forze dell'ordine - che in Brasile sono alle dipendenze degli Stati federati e non del Governo federale centrale di Brasilia - hanno ripreso servizio, rinunciando al prolungamento della paralisi dal lavoro (come alcuni settori pretendevano), per chiedere la scarcerazione del consigliere comunale che ha guidato la protesta.

Coppa del mondo, c'è chi teme il «cocktail esplosivo»

In questo clima, molti osservatori lanciano l'allarme: le città che ospiteranno la Coppa del mondo di calcio - e naturalmente Salvador de Bahia è una di queste - potrebbero essere teatro di scioperi e proteste violente, tali da assestare un colpo definitivo all'immagine internazionale del Paese. Si osserva, infatti, che in Brasile si profila un cocktail esplosivo, caratterizzato dalla perdita del potere d'acquisto dei salari, dallo scenario economico sfavorevole, e dalla celebrazione in ottobre delle Elezioni presidenziali.

Un voto anomalo - sia detto per inciso - quello che si profila: la presidente uscente, Dilma Rousseff, pare non avere avversari - e i sondaggi ne anticipano il trionfo - ma al contempo vede diminuire ogni giorno il proprio indice di gradimento. Insomma, una miscela esplosiva che potrebbe essere innescata dai Mondiali, e dalla tentazione di approfittare di una vetrina globale: tra poche settimane, gli occhi del mondo saranno concentrati sul Paese sudamericano.

La tesi dell'Economist, i brasiliani saranno pure fannulloni, ma sanno godersi la vita

E che qualcosa in Brasile non stia andando per il verso giusto - almeno sotto il punto di vista economico - lo dimostra anche un recente reportage dell'autorevole settimanale finanziario, "The Economist". A frenare la crescita della Nazione, spiega un po' spocchiosamente la rivista britannica, è la scarsa produttività del lavoratore brasiliano, ben esemplificata dalle interminabili file, dal traffico che blocca le città, dai termini non rispettati, e dai ritardi di ogni genere, che fanno parte della locale quotidianità.

La produttività - prosegue il settimanale - è stagnante da almeno cinquanta anni, e rimetterla in moto favorendo il dinamismo, rappresenterebbe l'unica ricetta per riprendere i binari della crescita. Tralasciando gli eccitati «apriti cielo», scatenatisi nel Paese dall'idea di «letargo» in cui vivrebbe il lavoratore locale, pensiamo che la tesi dell'"Economist" vada invece spiegata sino in fondo. La scarsa produttività del lavoro, prosegue dunque il settimanale, è anche la conseguenza dei tipici tratti culturali dei brasiliani, e della loro capacità di affrontare l'esistenza: «Poche culture offrono una ricetta migliore per godersi la vita».

Si osserva infine che mentre in Cina e India l'espansione del prodotto interno lordo (PIL) è stata promossa in massima parte dalla produttività della forza lavoro, nel boom verde-oro questo fattore è stato molto meno rilevante.

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