Ci sono delle giornate che riscaldano il cuore e parlano di fratellanza. Ci sono grandi uomini che scelgono di camminare su vie alternative a quelle abitualmente percorse e decidono di muoversi verso orizzonti diversi. E poi, ci sono degli eventi che, inevitabilmente, tracciano la storia. E' proprio quello che è successo ieri a 'casa di Papa Francesco', nel giorno di Pentecoste. Quattro uomini, immersi in una cornice unica, hanno scritto le prime righe di una nuova pagina di storia: un lembo di prato triangolare nei Giardini Vaticani, la maestà della cupola di San Pietro sullo sfondo, che pareva quasi volersi ergere a testimone di un incontro senza precedenti, i rappresentanti di popoli e di fedi differenti uniti in preghiera, con lo sguardo rivolto verso un unico cielo.

 

Un mosaico di fedi che ha trovato il giusto incastro, un abbraccio di pace che è riuscito ad inoltrarsi in quel terreno minato in cui la politica, più e più volte, si è arenata e ha fallito. La giornata di ieri è stata segnata da immagini di una potenza davvero straordinaria: prima, gli abbracci tra Papa Francesco e i suoi ospiti, il musulmano Abu Mazen e l'ebreo Peres e, poi, quelli che i due presidenti si sono scambiati tra loro.

E, ancora, l'ulivo, con tutta la sua forza simbolica, messo a dimora da quattro rappresentanti di diverse fedi, l'uno insieme all'altro, armati di pale e picconi. Infine, la foto di gruppo dopo il colloquio, a voler fissare la memoria di un momento eccezionale: Francesco, Bartolomeo, Abu Mazen e Peres fratelli, 'figli di un unico Padre'.

A suggellare ogni gesto, le parole pronunciate e le preghiere innalzate al cielo.

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Papa Francesco

"E' un incontro che risponde all'ardente desiderio di quanti anelano alla pace e sognano un mondo dove gli uomini e le donne possano vivere da fratelli e non da avversari o nemici", ha detto il Papa rivolgendosi ai suoi interlocutori. E, ancora, "il mondo è un'eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, ma è anche un prestito dei nostri figli", quei figli che "sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l'alba della pace", "vittime innocenti della guerra e della violenza, piante strappate nel pieno rigoglio".

Poi, quelle frasi semplici, ma di un'intensità sorprendente e straordinaria: "per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all'incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza". Coraggio, perseveranza, forza d'animo e memoria del sacrificio di tante vittime, dunque, le chiavi indicate da Bergoglio per seguire una nuova via, la via della pace e della fratellanza.

Imprescindibile per il Papa l'invocazione a Dio, "atto di suprema responsabilità, di fronte alle nostre coscienze e di fronte ai nostri popoli", un atto che, comuque, non esula dall'assumersi le "proprie responsabilità" di uomini e di politici.

Per Peres  Papa Bergoglio è "un costruttore di ponti di fratellanza e di pace", di quella pace che israeliani e palestinesi desiderano ardentemente, "una pace fra eguali" che richiede "sacrifici e compromessi".

Abu Mazen ha definito "cristallina" la saggezza di Francesco e ha sottolineato che "il popolo della Palestina - musulmani, cristiani e samaritani- desidera ardentemente una pace giusta, una vita degna e la libertà", "in uno stato sovrano e indipendente", in una "terra sicura per tutti i credenti". E, citando Giovanni Paolo II, ha poi proferito queste parole: "se la pace si realizza a Gerusalemme, la pace sarà testimoniata nel mondo intero".

La pace non "scoppierà domani", ma qualcosa si è mosso. C'è un anelito comune, ci sono persone pronte ad essere "artigiani della pace", ci sono uomini che si sono stretti in un abbraccio fraterno. Oggi, più di ieri, c'è un sogno che potrebbe diventare realtà.

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