Dal 29 Gennaio Maccio Capatonda (al secolo Marcello Macchia) è approdato sul grande schermo, e il suo Italiano medio ha sbancato al botteghino: fiumi di italiani (medi) a fremere in fila, a sborsare danari, tra cui io. Ed è un bene, perché Maccio se lo merita, perché questo non è solo un film da ridere. Il giovane Giulio Verme, ossessionato dal bene ambientale, riciclaggio e impegno ecologico, si trova a vivere una crisi di dentità, scaturita da una pillola che consente di sciupare la funzione cerebrale al solo 2%.

Una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, dunque, in cui s'intrecciano e amalgamano i due spiriti spiriti di Verme: da un lato il paranoico paladino dell'ecosostenibilità, dall'altra l'italiano medio, rozzo, primitivo, decerebrato, il cui solo movente è il rapporto sessuale, il cui unico impiego è il reality show "Mastervip" e il maggiore punto poetico della giornata "ma che i tuoi genitori hanno preso due stelle in cielo e te l'hanno messe dentro all'occhia?".

Alfonzo (sì, con la zeta), interpretato dal grande Herbert Ballerina, fornitore della droga, sarà al contempo suo diavolo e angelo custode.

Con una comicità dissacrante, paradossale e nonsense, degna del buon Maccio, parodizzando qualsiasi cosa, partendo dai titoli di testa del film stesso, l'esordiente regista mette in scena un pungentissimo ritratto della mediocrità italiana: i social network, il calcio, la tv, questi i miti incontrastati della nuova società. E sebbene l'incipit dichiari "tratto da una storia finta", questa pellicola mette in luce gli aspetti più sudici e veri degli italici. Rinunciando ad un cast rilevante e valorizzando con affetto i collaboratori storici (Rupert Sciamenna, Ivo Avido, Anna Pannocchia), Macchia plasma una nuova estetica, grottesca, deformata e terribilmente concreta.

Un film davvero godibile, in cui si ride in maniera intelligente, in cui coloro che, come me, seguono Capatonda già da tempo (ebbene sì, non è l'ultimo fenomeno da baraccone) potranno riconoscere un numero enorme di citazioni dai suoi precedenti lavori, a partire dalla colonna sonora, scritta e interpretata dal triste Mariottide.

Finito di assaporare il film, però, mi guardo un attimo intorno: la signora ha portato i bimbi al cinema, che hanno pianto dal ridere sui peti e le bravate del protagonista, un ragazzo, in prima fila, scrive su Facebook che il film fa un sacco ridere. Le battute di Maccio sono già diventate un tormentone.

Finito di assaporare il film, proteggo con gelosia l'idea che questo sia un lavoro inedito e necessario per il panorama italiano, ma, allo stesso tempo, analizzo gli spettatori e mi accorgo che la maggior parte non ha capito di essere il centro del film, non ha capito che gli italiani medi, stupidi e vuoti, che l'attore critica, sono proprio loro, che adorano Facebook, che ignorano tutto ciò che c'è oltre lo schermo. Ma ridono, urlano, si lasciano scivolare tutto addosso, e danno pienamente ragione a Marcello Macchia, che come sempre è riuscito a cogliere con estrema fedeltà le storture di questo mondo. Perché ridere non è sinonimo di leggerezza, perché riflettere non è l'equivalente di noia, perché si ha difficoltà ad associare la comicità all'impegno.

Con gioia per il film e amarezza per l'inconsapevolezza umana, mi rattristo un po', e posso solo incitare allo spirito critico e ringraziare Maccio per la sua fortissima provocazione. Una certezza, però, rimane: Herbert Ballerina e compagnia saranno di certo candidati al premio Omar.

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