Riforme di struttura ed egemonia del Mercato

Fra i tanti temi caldi delleultime settimane, la Riforma della Scuola e i sempre più insistenti rumorssull’estensione generalizzata del contributivostanno occupando un posto di rilievo, suscitando inquietudini e apprensioninell’ambito delle categorie coinvolte. Apparentemente fra loro distanti, le duequestioni sono in realtà figlie di un’identica ideologia e accostate dallacomune appartenenza ai medesimi obiettivi della revanche capitalistica.Non per caso sono entrambe parte integrante delle c.d. Riforme di Strutturache, unitamente al Job Act e allemodifiche istituzionali, stanno destrutturando diritti e valori codificati inquell’assetto Costituzionale che nel secondo dopoguerra aveva recepito il compromesso sociale fra leclassi.

A ben vedere, tantol’aziendalizzazione della Scuola tanto la capitalizzazione dei contributi pensionistici esprimono il pensiero, tutto ideologico,per il quale ogni scelta riguardante il corpo sociale e i singoli va soggiogataalle leggi del Mercato assunto quale unico fattore di efficiente allocazione delle risorse.

Dov’è la vera iniquità?

L’incessante propagandagovernativa, resa sempre più pervasiva da un’amplificazione mediatica complicee servile nel consolidare il pensierounico, ha instillato nella percezione comune il convincimento dell’iniquitàdelle Pensioni retributive che, poiché non giustificate dai contributiversati, rappresenterebbero un privilegio capace di mettere a rischio la tenutadel sistema previdenziale in danno delle generazioni future (Boeri).

Questa visione mercatista, per come rappresentata, costituisceun perfetto esempio di scientifica disinformazione. Nasconde la verità di un sistema previdenziale in difficoltà acausa del calo degli occupati e dei loro versamenti contributivi; trascura cheanche il calcolo retributivo è, in buona parte, coperto da contribuzione; mistificae minimizza il valore del legittimo affidamento nelle Leggi dello Stato dicoloro che, su quella fiducia, hanno costruito i propri progetti di vita; e,soprattutto, la vulgata liberista mostra intenti demolitori verso quei principicostituzionali che, su basi solidaristiche, avevano ispirato il sistemaretributivo. Coerente con l’art. 38 della Costituzione, il sistema aripartizione previene infatti la caduta verticale del tenore di vitanell’età della quiescenza mentre assicura un minimo di sussistenza a chi è privo dicontribuzione.

In definitiva, preesistendo alcontributivo, il retributivo non può considerarsi un privilegio per ilavoratori che già ne fruivano e dunque, piuttosto che parlare di privilegi peralcuni, si dovrebbe meglio parlare di diritti sottratti ad altri!

Il re nudo

Suffragati dai mantra degli accademici,assiomi apodittici fatti propri dai media divengono progressivamente senso comune. Una banale considerazione può tuttavia incaricarsi di mostrarne la falsità.

Per essere davvero equo, ilcontributivo dovrebbe realmente restituireal lavoratore quanto da lui versato. Ma è così? In realtà, nonostante lagrancassa mediatica, nel contributivo un gran numero di lavoratori riceve moltomeno di quanto pagato. La misura della pensione è, infatti, influenzata daipotesi macroeconomiche (le aspettativegenerali di vita) che, per i singoli, rappresentano invece la statistica di Trilussa: il pensionato con una durata di vita inferiore alla soglia statistica non riavrà mai, nei fatti, l’equivalente dei contributi versati.

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