"Funziona perché è diretto, funziona perché è vero, funziona perché è meravigliosamente mediocre". Non si tratta della trita analisi critica di un qualche adespota recensore de "l'Espresso", e neppure del passaggio di uno sfacciato, presuntuosamente spassionato, articolo giornalistico. No: come lo stesso ex comico di "Zelig" esplicita, la succitata definizione (già affibbiatagli in "Cado dalle nubi") è giudizio severo sulla realtà del mondo dello spettacolo; visionaria prefazione di pressoché ciascuno dei successi contemporanei; calzante inno alla spontaneità di quel personaggio che di nome fa Checco Zalone.

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Altro che ignorante!

Parteggiando per la più snobistica parte dell'élite intellettuale, tale uscita lascia quasi intendere che l'effettiva colpa non sia di Luca Medici o del suo alias, quanto piuttosto del suo grossolano target che, di fatto, permette che funzioni. E forse, nella scaltra replica dello stesso attore, risiede la conferma: "Spesso ricorro alla parolaccia, e questo a mia madre non piace tantissimo. Però le ho spiegato che il mondo va così, ormai.

Devi dire le parolacce, altrimenti la gente non si affeziona", ride durante un'intervista.

Ne ricaviamo come il linguaggio "Zaloniano" sia mirato, e che Medici - il laureato - non sia altro che il furbacchione quanto mai sagace interprete dell'italiano medio(cre). Perché è facile inscenare la realtà, quella stessa realtà che diviene diretto spunto della commedia dei luoghi comuni.

Tutti uguali (o quasi)

La trama di ogni film dell'epopea Zalone si mostra genuino pretesto di comicità facile.

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La sceneggiatura è tessuta intorno a gag cabarettistiche salde sui cardini della subitanea immedesimazione ("Perché anch'io mi sono imbattuto in un abietto ristorante italiano all'estero!") oppure, al contrario, su situazioni tanto assurde da risultare esilaranti. Si passa poi allo scheletro del racconto, che usualmente appare come esasperata rivisitazione de "La bella"da Marika a Farah, da Zoe a Valeria, e "la bestia"il solito rozzo buontempone del Sud.

Marcatissimo è quest'ultimo dettaglio: Checco Zalone, tanto sicuro di sé da fare la figura dell'ingenuo, è forzosamente provato da avvicendamenti distantissimi da quelli del ristretto e caloroso contesto meridionale, in un'apologia imparziale di quel che, da ambo le parti, è giudicato più o meno progressista, più o meno strano.

Checché se ne dica, il Cinema è intrattenimento, distrazione: chi mai scambierebbe uno spensierato per un sempliciotto? E allora, Zalone sarà pure il gretto "terrone" senza arte né parte, ma Zalone è anche l'innegabile, rassicurante garanzia che "sì", puoi riderci su.

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